Non sappiamo se nel mondo questo sia un primato ma è un dato il fatto che ogni italiano ha visto succedersi in media un governo ogni 1.6 anni contro i 5 previsti per la durata di un singolo governo. In 65 anni infatti, considerando un solo governo quando il presidente del consiglio è rimasto lo stesso pur cambiando la maggioranza e gli altri ministri, si sono succeduti 40 governi.

I soli precari INGV (e ogni altro abitante di questo Paese) dal 2007 al 2013 hanno visto 4 governi in 7 anni per una media 1,75 anni per governo/presidente.

Adesso ci risiamo.

Non è detto che la stabilità di un governo sia di per sé una garanzia, ma di sicuro c’è che cambiare interlocutori ogni anno e mezzo non tranquillizza.

A distanza di poco più di tre mesi dalla conversione in Legge 128/2103 del decreto con cui l’ex Ministro Carrozza autorizzava l’assunzione in 5 anni di 200 unità di personale dell’INGV, noi siamo ancora in attesa del decreto congiunto MIUR – Funzione Pubblica – MEF per l’autorizzazione, sancita con la Legge 128/2013, all’ampliamento della dotazione organica dell’Ente. Poi è stato sciolto il governo e tutto si è fermato.200

Se fossimo in un Paese normale staremmo tranquilli, perché la Legge c’è ed è chiarissima nel dichiarare che l’INGV può assumere. Inoltre la Legge 125/2013 relativa a tutta la P.A. dice anche come assumere e, infine, la Legge di stabilizzazione richiamata dalla 125/2013 ricorda che ci sono circa 170 persone all’INGV che il diritto all’assunzione già lo hanno dal 2007.

Ma siamo in Italia, land of burocracy, e quindi se qualcosa si può bloccare in qualche curioso ingorgo lo fa.

Ci terremmo a sapere cosa ha bloccato un Decreto Ministeriale che sarebbe di una semplicità disarmante. Abbiamo provato a chiederlo alla Funzione Pubblica ma fino a ora ha regnato il silenzio, tanto che iniziamo a chiederci cosa sia stato chiesto dall’INGV ai Ministeri oltre all’aumento della dotazione organica.

Ma lasciamo per un momento la storia infinita dei precari INGV e passiamo a quella del Paese.

Con l’ex Ministro Carrozza avevamo iniziato a nutrire la speranza che le istituzioni potessero finalmente avviare quell’alleanza con gli EPR necessaria e tante volte chiesta perché il Paese decidesse finalmente di investire in Ricerca, Sviluppo e Prevenzione, a tutela dei cittadini, del territorio e in sostanza del futuro del Paese stesso. Se non altro perché per la prima volta un Ministro del MIUR aveva di sua spontanea volontà lanciato un appello in questo senso alle istituzioni.

Avevamo inoltre iniziato a nutrire la speranza che l’unica riforma necessaria per gli EPR, la regia di un unico ministero per tutti, la tutela dell’indipendenza degli EPR insieme a un rilancio degli investimenti in Ricerca e la sburocratizzazione degli EPR, fosse finalmente presente nell’agenda del governo o almeno del reggente del MIUR.

Noi ci auguriamo naturalmente che tutto questo possa essere l’approccio anche del nuovo Ministro, Stefania Giannini.

Per il momento però ci preoccupa che le prime dichiarazioni lascino intendere che il Ministro vede il MIUR essenzialmente come il ministero della Scuola, dato che non ha mai menzionato gli Enti Pubblici di Ricerca. Questo è un difetto di comunicazione che purtroppo abbiamo trovato in molti ministri precedenti e che poi si è risolto semplicemente nel continuare ad ignorare l’esistenza e la funzionalità di una delle più produttive e importanti risorse di questo Paese: noi.

Abbiamo più volte ricordato, e non smetteremo mai di farlo, che esiste un EPR per ogni aspetto essenziale della nostra società. Una ricchezza basata sulla conoscenza, che ha le potenzialità per regalare a questo Paese risparmi superiori a molte finanziarie e che comunque nel frattempo regala ricercatori (e quindi fondi) a altri paesi.

Un ultimo punto.

In una intervista su repubblica abbiamo letto il Ministro dichiarare che l’Italia non ha l’atteggiamento giusto per richiamare fondi europei vincendo i bandi. Se intende che l’Italia manda all’estero i suoi ricercatori e che quindi è dall’estero che vincono i bandi, ha sicuramente ragione. Se intende dire che sono le istituzioni politiche italiane che non hanno la mentalità giusta per richiamare fondi (e persone) in questo Paese, anche qui ha ragione.

Perché noi, all’INGV sicuramente, i fondi Europei li richiamiamo eccome, con molto sforzo e nonostante le pastoie burocratiche che rendono questo Paese comunque poco appetibile.

Ci auguriamo che non si torni a parlare quindi di “piani per il rientro dei cervelli”, superficiale ed inutile approccio al problema della fuga. Non sarà qualche euro di incentivo a richiamare i ricercatori che hanno scelto, con difficoltà, di andar via. L’unico modo per arginare la fuga e richiamare i “cervelli” è dimostrare che l’Italia finalmente dà un reale peso e adeguati finanziamenti alla Ricerca e allo Sviluppo, portati avanti da Enti Pubblici di Ricerca e Università che contribuiscono a tenere alto il nome dell’Italia nei settori di competenza.

Che questo messaggio giunga forte ai neo-ministri del MIUR Stefania Giannini, della Funzione Pubblica Marianna Madia, del MEF Pier Carlo Padoan e delle Infrastrutture e dei Trasporti Maurizio Lupi.

precariatingv non ha mai parlato “solo” dei precari INGV e nemmeno solo di precariato.

Altri due argomenti sono stati costanti: la riforma del settore Ricerca e la Prevenzione.

Per questo anche se il processo, avviato dal Ministro Carrozza, di immissione in ruolo di una parte rilevante di precari del nostro Istituto dovesse andare a buon fine (pur se spalmato su 5 pericolosissimi anni) … non vi libererete di  noi (forse)!!

Nel precedente post (Auguri) dicevamo

  • Auguriamo all’Italia di diventare presto un Paese che invece di usare 8€ su 10 per riparare i danni (quelli riparabili) dei disastri ambientali (terremoti inclusi) e solo due per prevenirli inverta il rapporto. [...]
  • Ci auguriamo che “presto” significhi prima del prossimo terremoto forte. Che comunque ci sarà. Della prossima alluvione, che comunque ci sarà. [...]

Appunto. Ci sarà e c’è stata la “prossima alluvione”. E non sarà l’ultima come quella dell’Emilia non è stata l’ultima sequenza sismica che ha provocato danni al tessuto economico e sociale. Se il prossimo territorio ad essere colpito fosse più fragile dell’Emilia e anche di L’Aquila? Quanti altri morti deve avere sulla coscienza la classe dirigente di questo Paese? Quante altre batoste può sopportare l’economia Italiana? Quante altre alluvioni può sopportare la popolazione e quante l’economia agricola e industriale?

E’ vero che gli eventi atmosferici, come i terremoti forti, sono spesso parossistici ed è vero che alluvioni e terremoti ce ne sono sempre stati. Ma il tessuto urbano, economico e sociale degli ultimi decenni non ha precedenti quanto a fragilità e costo sociale per il ripristino.  Quindi il territorio richiede una tutela particolare. E’ essenziale la Prevenzione e questo decisamente non è una novità.

Prevenzione che costa un decimo di quanto costa riparare i danni. Una tutela che ha basi scientifiche e che la politica può facilmente attuare  commissionando (quando nn già fatti) studi agli EPR competenti e soprattutto operando poi di conseguenza.

I soldi spesi in Prevenzione (con opere eseguite a dovere e nel tempo strettamente necessario, senza rinvii di alcun tipo all’italiana) dovrebbero essere assicurati dallo Stato ai Comuni senza tanti se e ma.

In questi giorni il Ministro Maria Chiara Carrozza ha postato diversi Tweet che, partendo dalla piena dell’Arno a Pisa, arrivano al concetto di Prevenzione tramite una alleanza fra EPR ed istituzioni.

Sarebbe ora.

Tweets

Ma la Prevenzione non può, secondo noi, essere un “progetto” come suggerito dal Ministro. Capiamo che oggi tutto si immagina fattibile tramite progetti. Suona bene, meritocratico. Ma l’idea di base della prevenzione poggia su tre pilastri.

  1. monitoraggio/acquisizione dati
  2. elaborazione modelli e soluzioni
  3. traduzione della scienza in politica sul territorio

Questi tre pilastri non sono gestibili tramite progetti (a termine per loro natura), hanno caratteristiche 

Facebook

PERMANENTI e l’alleanza fra EPR, Università e Istituzioni deve essere una voce permanente di bilancio.

Su base progettuale possono essere finanziati gli sprint alla ricerca di innovazione tecnologica, nuove metodologie teoriche, nuovi modelli e strumenti informatici.

Lo Stato Italiano ha un Ente Pubblico di Ricerca per affrontare OGNI singolo aspetto della PREVENZIONE per la tutela del territorio e delle vite e delle risorse economiche del Paese. E ne ha altri per ogni aspetto vitale della società.

Tanto di cappello al Ministro che finalmente nomina questa alleanza come mezzo e la Prevenzione come obiettivo.

Ma per passare dalle parole ai fatti (e in fretta perché la situazione politica è fragile) servono alcuni passi essenziali.

  1. portare allo scoperto il nervo della mancata attuazione da parte delle istituzioni delle indicazioni che gli EPR già oggi danno (parliamo di terremoti, vulcani o ambiente? INGV, parliamo di alluvioni e rischio idrogeologico? ISPRA, parliamo di alimentazione? CRA INRAN, parliamo di lavoro? ISFOL ecc)
  2. portare tutti gli EPR sotto la supervisione del MIUR; che si occupino di scienze sociali, umane o naturali gli EPR, insieme e in modo complementare alle Università, abbracciano tutti gli aspetti della società umana e non devono esistere EPR abbandonati allo sfruttamento di specifici ministeri che puntualmente prima o poi tendono a svilirli per trasformarli in “braccio operativo” al servizio. Gli EPR devono essere, al pari della stampa libera, il cane da guardia in una società sana
  3. sottrarre gli EPR al settore della Pubblica Amministrazione in senso stretto: siamo Enti Pubblici, ma non siamo ministeri, lo ha detto la stessa Maria Chiara Carrozza; la ricerca pubblica nel mondo non sottosta alle burocrazie della P.A. e per questo si muove più agevolmente;
  4. realizzare l’obiettivo di Lisbona del 3% del PIL in Ricerca e Sviluppo, rendendo imperativo il concetto di “risparmio tramite investimenti”
  5. aumentare la percentuale di ricercatori per numero di occupati nel nostro Paese, per dare un futuro ai giovani che studiano e che vorrebbero restare in Italia, per raggiungere l’obiettivo di portare in Italia i Fondi ERC (tristemente dragati dai Ricercatori Italiani che le vincono verso l’estero).

Servono soldi? Per riorganizzare il settore no. Per attuare la prevenzione e per implementare il Fondo per la Ricerca si. Ma sono, come si suol dire, soldi santi e fonte di immenso risparmio.

Però, non c’è più tempo: il futuro è già adesso e se non iniziamo ora, tanto vale emigrare. 

PS: il decreto di aumento della dotazione organica, siamo ancora in attesa. Grazie!

C’è un abisso fra la situazione dei precari dell’INGV alla fine del 2012 e l’attuale.

A nostro favore abbiamo la Legge 128/2013 che autorizza l’INGV ad assumere 200 precari in 5 anni, le operazioni di bilancio necessarie a coprire questa operazione, la legge 125/2013 (che riguarda tutti i precari della P.A.) che detta le regole per le assunzioni e infine l’antica quando viva Legge di Stabilizzazione 296/2006 richiamata a più riprese proprio dalla legislazione recente.

Contro abbiamo il fatto che nonostante le proroghe dei contratti potrebbero, a norma di legge, portare la data del 2018 (fatta salva la disponibilità di fondi e legislazioni alternative, tanto per rassicurare pavidi dirigenti di P.A.) si dice che le proroghe l’INGV le farà, tanto per cambiare, con scadenza annuale. Altro aspetto negativo e poco rassicurante: il provvedimento è spalmato su 5 anni e in un Paese come l’Italia, con un cambio di governo a ogni angolo, non è il massimo. Infine, i posti sono 200 e i precari poco meno di 300.

Comunque dopo 5 anni di dure battaglie per la Ricerca in Italia e per la sopravvivenza dell’Ente e del nostro posto di lavoro, abituati a capodanni travagliati e ricchi di ansie vogliamo sfruttare questa situazione relativamente ricca di speranze, almeno per molti di noi, per chiudere l’anno con degli auguri.

  • Auguriamo all’Italia di diventare presto un Paese che invece di usare 8€ su 10 per riparare i danni (quelli riparabili) dei disastri ambientali (terremoti inclusi) e solo due per prevenirli inverta il rapporto. Perché farlo è non solo possibile ma segno di una maturità civile che l’Italia ancora non ha. Sono anni che lo ripetiamo, sono anni che l’INGV si adopera per questo rimanendo inascoltato.
  • Ci auguriamo che “presto” significhi prima del prossimo terremoto forte. Che comunque ci sarà. Della prossima alluvione, che comunque ci sarà. Come disse il Professor Enzo Boschi, ex Presidente dell’INGV, in uno dei suoi molti tentativi di aprire gli occhi a politici e cittadini, “Non aspettiamo il prossimo terremoto”.
  • Ci auguriamo che i ricercatori smettano di essere i capri espiatori delle colpe di un Paese ignavo, perché in questo momento (non solo i geofisici) lo sono. Osannati per finta e bastonati davvero.
  • Ci auguriamo di non dover sentire ancora a lungo la vuota retorica sulla Ricerca in Italia, soprattuto da parte di politici che fino a oggi nei fatti la Ricerca l’hanno affossata. Quella retorica fatta di “rientro dei cervelli”. Potenziare davvero la Ricerca e quindi attrarre ricercatori non è difficile.
  • Ci auguriamo quindi di vedere e poter discutere e migliorare un piano decennale di investimenti in Ricerca, quindi in Sviluppo, e magari vederlo affiancato a un piano decennale per lo sviluppo industriale ed energetico.
  • Ci auguriamo di vedere realizzata quella riforma degli Enti Pubblici di Ricerca che la Rete Ricerca Pubblica e alcuni (ma non tutti) i sindacati sostengono da tempo: autonomia, potenziamento, regia unica, dirigenze a gettone. Speravamo che l’attuale Ministro potesse iniziare subito il percorso di una simile riforma e ancora lo speriamo. Nel caso speriamo di essere ascoltati anche dal prossimo ministro, che di idee ne abbiamo.
  • Ci auguriamo che sia i politici che i cittadini smettano di parlare a sproposito di merito, sull’onda di un insano qualunquismo. Che si prendano il tempo di guardare all’estero, in Paesi in cui persone competenti e meritorie occupano i posti che gli competono dando un forte impulso sia al pubblico che al privato. Paesi in cui curiosamente non esiste alcun concorso nazionale ma ‘solo’ una fortissima assunzione di responsabilità da parte di tutti e soprattutto della classe dirigente.
  • Ci auguriamo di riuscire ad aprire un serio discorso sui metodi di selezione nella P.A. e sul Concorso Nazionale, perché la maggior parte delle persone, soprattutto parlamentari ed esponenti di partito, citano l’Art. 97 della costituzione a sproposito. Speriamo che si riesca finalmente a spostare l’attenzione da quella inutile parola che è “merito” ai più sensati concetti di “risultati” e “qualità”. Almeno parliamone.

Infine: quest’anno molti nostri colleghi sono emigrati all’estero. Nella maggior parte dei casi non sarà la promessa di un’assunzione nel prossimo quinquennio a convincerli a tornare, perché la situazione attuale del Paese non è il massimo e nemmeno la credibilità e stabilità delle sue istituzioni, condizioni per credere a una promessa e caricarla sul futuro dei figli, lo sono.

Chiedendo in giro a tanti che sono andati via da anni (capita di incontrarli spesso nei convegni scientifici) abbiamo capito che “non c’è nessuno che sia all’estero che non vorrebbe tornare”. Ma poi non lo fa.

Ecco, ci auguriamo che questo “ma poi non lo fa” inverta al più presto il segno.

Noi torniamo ai turni in sala sismica e allo studio delle sequenze in atto, le più recenti delle quali sono Gubbio e Caserta.

Il 2013 rappresenta un possibile anno di svolta per l’INGV. Chi segue il nostro blog e il neonato account Twitter (@precINGV) sa che l’INGV conta oltre 300 dipendenti con contratti a tempo determinato, con picchi di anzianità che rasentano i 20 anni. Escludendo altre forme contrattuali a termine, come assegni di ricerca o incarichi di collaborazione.

Il neo-ministro del MIUR, Maria Chiara Carrozza, per la prima volta, attraversa il mare che separa le parole dai fatti (i suoi predecessori sono sempre rimasti a prendere il sole sulla riva) e decide che la piaga del precariato INGV va affrontata. L’Art. 24 di un decreto del MIUR, il DL 104, diventato la legge dello Stato 128/2013 pochi giorni fa, prevede l’assunzione di 200 unità di personale in cinque anni.

Un gesto in controtendenza rispetto al clima di austerity che interessa la Pubblica Amministrazione, ma ritenuto da molti quasi un “atto dovuto”. La difesa del territorio, coniugata all’INGV dal binomio ricerca e monitoraggio (si pensi a quello sismico e vulcanico h24), non può essere lasciata alla deriva privando sismologi, vulcanologi ed esperti di ambiente, supportati da tecnici e amministrativi, di una prospettiva stabile. Una mancanza di prospettiva che ha dato i volti e i nomi dei nostri colleghi a quella vergogna del Bel Paese nota come “fuga dei cervelli”, il nuovo fiore all’occhiello del Made in Italy.

Chi conosce il settore, infatti, sa che il vero spreco di denaro non è la stabilizzazione di uno scienziato, ma la sua perdita dopo una formazione professionale costata allo Stato centinaia di migliaia di euro e che centri di eccellenza mondiale sono ben pronti a riscattare a parametro zero.

Il problema del precariato INGV non verrà risolto completamente, ma questa fase segna l’inizio di un’inversione di tendenza. E siamo altrettanto convinti che il personale a tempo determinato dell’INGV saprà affrontare la situazione con grande maturità, la stessa mostrata in situazioni ben più drammatiche; nel 2009, all’alba del terremoto de L’Aquila, il personale precario sospese qualsiasi forma di mobilitazione, nonostante le imminenti scadenze contrattuali, per dedicarsi senza vincoli di tempo all’emergenza sismica.

In attesa di leggere la circolare della Funzione Pubblica che fornirà dettagli sull’applicazione della legge 125/2013, riguardante il superamento del precariato nella P.A. e le norme di reclutamento speciale, manifestiamo apprezzamento per la posizione espressa dal MIUR dove, in un incontro che una delegazione di ricercatori precari ha avuto il 6 novembre presso l’ufficio di Gabinetto del Ministro, è stato ribadito che non è stata data, né verrà data alcuna indicazione aggiuntiva sulle modalità di espletamento delle procedure di cui all’Art. 24 della L. 128/2013.

Peraltro l’esistenza presso l’INGV di graduatorie valide ai fini degli scorrimenti e la necessità di contenimento della spesa pubblica sono due dati di fatto che convergono nel superamento di una condizione il cui peso è stato sopportato, finora, esclusivamente dal personale non di ruolo dell’INGV.

Dopo tanti anni di difficoltà, un provvedimento efficace per sanare il precariato INGV e il giusto rispetto per l’autonomia deli enti di ricerca. Un new deal che speriamo restituisca dignità alla ricerca pubblica e, più in particolare, a chi dedica la propria vita alla difesa del territorio e alla tutela della popolazione.

Con la conversione in Legge (ancora non pubblicata in Gazzetta Ufficiale) del D.L. 104 e in particolare con l’Art. 24, l’INGV è autorizzato ad assumere, nell’arco del quinquennio 2014-2018, 200 unità di personale.

Questo provvedimento è in aggiunta al D.L. 101 relativo all’intera Pubblica Amministrazione, convertito nella Legge 125/2013 qualche giorno fa.

Inoltre, finché la procedura di immissione in ruolo non sarà completata e comunque non oltre il 31/12/2018, l’INGV può tenere in servizio il personale.

Dalle parole esplicite del Ministro Carrozza durante la prima presentazione del provvedimento, il 26/08/2013 [Video 24' 30''], è chiaro che questa norma nasce perché presso l’INGV fin dal 2007 ci sono 180 circa unità di personale con diritto all’assunzione in virtù della Legge 296/2006 (stabilizzazione, richiamata anche dal D.L. 101) che non sono mai state assunte a causa della decennale assenza di dotazione organica e del perdurare di incomprensibili ostacoli nei Governi che si sono succeduti dal 2007 in poi. Inoltre, sempre all’INGV, ci sono 55 unità di personale che hanno ormai oltre 6 anni di servizio e ricerca sui loro curricula. Una situazione e dei numeri che sono più unici che rari nel panorama degli EPR.

Quindi questa norma, fortemente voluta dal Ministro Carrozza, non nasce per permettere all’istituto di aggiungere nuovo personale al precariato esistente ma per rendere giustizia a oltre 200 dipendenti qualificati in servizio presso l’Ente da oltre 6 anni fino addirittura a 20 anni in alcuni casi, con una media di 10 anni di anzianità lavorativa. La situazione è culminata a fine 2012 con il primo sciopero di un Ente Pubblico di Ricerca.

Purtroppo le immissioni in ruolo previste, anche tenendo conto del turn-over, non sono sufficienti per tutti i lavoratori precari di lunga data come si può evincere confrontando i 200 posti con il piano triennale 2013 nella sezione “fabbisogno” e con l’accordo decentrato di Ente del 2012, che interessava circa 250 unità di personale.

Il D.L. 104 non dà indicazioni sulle modalità di attribuzione di questi 200 posti, anche a tutela della fondamentale autonomia di cui godono gli Enti di Ricerca; ciononostante è evidente la volontà del legislatore di sanare una gravissima situazione di precarietà cronicizzata presso l’INGV, come più volte ribadito dal MIUR.

Noi non sappiamo quali saranno le immancabili indicazioni che la F.P. vorrà dare su questo argomento ma una cosa è certa: le professionalità da consolidare presso l’INGV sono quelle formate presso l’INGV e che già esistono, come è evidente non solo dal Piano Triennale e dall’Accordo sindacale del 2012 ma anche delle “graduatorie vigenti” presso l’Ente: quella delle stabilizzazioni e quelle dei concorsi pubblici.

Ci auguriamo quindi che il previsto incontro fra la Funzione Pubblica e il MIUR, nostro ente vigilante, fornisca indicazioni chiare, utili e positive per i lavoratori precari dell’INGV.

Una necessaria premessa

Prima di entrare nell’argomento del presente post, vogliamo ricordarvi che più di una volta su questo Blog abbiamo sottolineato come fosse chiara la linea dei vari governi che si sono succeduti negli ultimi 5 anni: far pagare, con l’espulsione, ai precari dalla Pubblica Amministrazione anni di mala-gestione delle risorse finanziarie da parte dei politici e dei loro prezzolati dirigenti.

L’aspetto dell’espulsione dei precari dalla Pubblica Amministrazione per l’INGV è stato sempre piuttosto evidente quanto pressante perché a differenza di tanti altri Enti Pubblici l’INGV non ha mai potuto sanare nemmeno il suo precariato storico (fatte salve poche unità) a causa della inesistente  e per giunta tagliata Dotazione Organica. In 5 anni di dure lotte ne abbiamo imparate di cose su dove vanno a parare certi provvedimenti e certi “rinvii”.

Per questo siamo molto affezionati all’intervento operativo del Ministro Carrozza sull’INGV col DL 104, attualmente in fase di conversione.

Ma per i precari della Pubblica Amministrazione il problema è la versione definitiva del DL 101.

La polpetta avvelenata

Il DL 101 del Ministro D’Alia, ora convertito in legge, si proponeva di sanare in parte (solo in parte) la situazione dei precari assumendo sulle risorse disponibili una parte della forza lavoro tramite concorsi da espletare fino al 2015. Per dare la possibilità ai precari di partecipare ai concorsi era prevista una proroga fino al 2016 dei contratti e parimenti delle graduatorie vigenti di idonei.

Un vero genio ha però pensato bene di introdurre un emendamento, la polpetta avvelenata, che limita la possibilità di proroga (non di assunzione che va su concorso, ma di prosecuzione a termine dei contratti) al numero di posti vacanti in dotazione organica . Sembra una differenza da poco ma noi che di dotazione organica ce ne intendiamo possiamo spiegarvi cosa vuol dire in due parole: all’INGV, in assenza della deroga di cui al DL 104, TUTTI i precari sarebbero stati licenziati in tronco! Perché l’INGV non ha dotazione organica libera. Altri EPR come l’ISFOL per esempio, in assenza di una deroga, se la vedrebbero brutta.

Una “pezza” è stata messa da qualche più avveduto politico con un emendamento che restringe, si fa per dire, il danno ai precari pagati su fondi ordinari, facendo salvi per un po’ quelli pagati su fondi di progetti esterni. Di più non è stato possibile fare sul 101 che adesso è legge.

Unica deroga a questo massacro: gli Enti locali. Tanto per cambiare. La più grande vittima di questo massacro: gli EPR. Tanto per cambiare.

L’emendamento-polpetta peraltro dimostra una crassa ignoranza del funzionamento degli EPR: molti precari negli Enti di Ricerca sono pagati su fondi di progetti Europei o privati e NON si può andare a dire a un progetto Europeo che per squallida burocrazia italiota l’Ente non può più lavorare al progetto in corso perché non può amministrativamente prorogare contratti che peralto non è l’Italia che paga. Da cui la “pezza”.

Dunque: circa 190.000 precari stanno per essere messi per strada di punto in bianco. Moltissimi negli EPR.

L’ipocrisia

Ichino, che con un lungo intervento ci porta a pensare che sia lui l’ispiratore della polpetta, ha spiegato che non li possiamo tenere [i precari], quindi meglio dirglielo subito e poi andranno a lavorare nel privato. Su quest’ultimo punto è stata fatta già un’ottima analisi.

Caro Ichino, ispiratore del più demagogico e televisivo Brunetta, i precari sono ciò che tiene in piedi la P.A. NONOSTANTE gli anni di clientelismo politico che hanno permesso che arrivassero ai posti di dirigenza persone spesso non meritorie e incapaci di rendere la P.A. competitiva. Ancora una volta voi e i vostri simili, manipolando i dati, scaricate sui più deboli, i lavoratori con contratto a termine, responsabilità che non hanno, lasciando al loro posto persone che continueranno a fare danni.

Per mettere un freno a questi incapaci dirigenti, tanto potenti quanto de-responsabilizzati, voi ancora una volta inserite norme su norme che non affrontano mai il problema in modo scientifico ma demagogico.

Ancora una volta si parla di risparmio ma non saranno i miseri stipendi dei precari a risollevare le sorti di una P.A. il cui difetto è l’incapacità dirigenziale di progettare, proiettare, analizzare e produrre cambiamento.

Ancora una volta non si presenta una soluzione come risultato di una analisi scientifica di un problema.

Cosa farebbe un politico serio

1) sanerebbe il precariato storico che non solo non ha colpa di come sta messa la P.A. ma anzi ne è l’asse portante senza il quale tanto vale eliminarla la P.A.

2) sfrutterebbe l’esistenza di una così folta schiera di lavoratori capaci, solo in parte giovani gli altri sono mediamente 40enni, per farli subentrare alla vecchia guardia sia operativa che dirigenziale, tramite turn-over (lett. avvicendamento).

3) eliminerebbe il ruolo permanente di “dirigente” e lo trasformerebbe in un ruolo a termine con possibilità di esercizio per soli due mandati e rinnovo del secondo mandato solo previa verifica dei risultati ottenuti, pagando il gettone di dirigenza solo per il periodo di effettivo esercizio del ruolo

4) farebbe una analisi scientifica dei rapporti costi/prodotti di ogni singolo segmento della P.A. e solo dopo andrebbe a verificare quali siano davvero le sacche di inefficienza e agirebbe solo su quelle, su base premiale

SOLO ed ESCLUSIVAMENTE DOPO TUTTO questo, inserirebbe, a regime, norme che non permettono di avere più precari di quanti se ne possano ragionevolmente assumere anno per anno in base al turn-over MA … proponendosi ogni anno di verificare quali segmenti della PA debbano essere potenziati tramite la possibilità di assumere più personale.

Questo sarebbe un vero politico e non uno squallido quanto poco preparato demagogo.

Alla fine una sola cosa è chiara: per fare politica seria è necessario avere, almeno in parte, lo stesso approccio ai problemi che abbiamo noi ricercatori: un approccio scientifico analitico. Perché l’alternativa, non averlo, vuol dire solo NON voler risolvere i problemi ma assicurarsi un altro mandato in Parlamento o in qualche Ente locale.

Mancano ormai solo 2 mesi alla scadenza dei contratti a tempo determinato presso INGV (e altri Enti di Ricerca), come vedete nell’impietoso conto alla rovescia in colonna sinistra.

Nel frattempo, il Ministro D’Alia (Funz. Pubb.) da una parte e il Ministro Carrozza (MIUR) dall’altra, hanno dato vita a due decreti, il DL 101 e il DL 104, che affrontano e tentano di risolvere, seppur parzialmente, il problema dei precari nella Pubblica Amministrazione e nella Ricerca, con particolare e giusta enfasi nel DL 104 sull’Ente più martoriato degli ultimi 5 anni: l’INGV.

I due DL sono in fase di conversione, fatti salvi sabotaggi brunettiani o ichiniani, entro il 1° Novembre (DL101) ed entro il 12 Novembre (DL 104). In particolare sul DL 104, Art. 24 (INGV), che già prevede la possibilità di assumere 200 unità di personale, è stata votata una modifica che consente la proroga dei precari INGV almeno fino a quando le immissioni in ruolo non saranno completate, ossia il 2018. Se non venisse convertito in legge il DL 104, sotto l’INGV si aprirebbe il baratro. Per tutti gli altri precari, il DL 101 prevede la proroga almeno al 2015.

Finalmente buone notizie, seppur con numeri che non rispecchiano la reale situazione di sofferenza presso l’INGV. Si potrebbe ottimisticamente dire, in stile Looney Tunes, “Thast’s all Folks!”: tutto qui, fine.

Ma non è così.

Primo campanello di allarme: abbiamo già spiegato che per volontà della maggioranza del CdA e su proposta del Direttore Generale INGV, tutti gli stabilizzandi (con una risibile eccezione) nel 2012 sono stati tolti dal Fondo Ordinario e spostati sui fondi esterni. In totale discontinuità con la precedente amministrazione che riconosceva, supportata peraltro dalle attuali leggi, lo status di “stabilizzando” ex Comma 519, Art. 1, Legge 296/2006 (Finanziaria 2007), trattandosi di personale coinvolto pesantemente in attività istituzionali dell’ente, compreso il monitoraggio sismico e vulcanico.

L’espulsione dai fondi ordinari espone i precari al rischio di “impossibilità di rinnovo per mancanza fondi” alla fine di ogni contratto. Inoltre questa manovra alimenterà un prevedibile ed ingiusto conflitto fra stabilizzandi e non stabilizzandi, non solo per la convivenza sugli stessi fondi, ma anche perché il numero dei precari INGV è ben superiore alle 200 unità che si prevede di assumere.

Secondo campanello d’allarme: il Ministro Carrozza, nella prima presentazione pubblica dell’articolo “salva-INGV”, ha dichiarato che serve a consentire l’immissione in ruolo dei precari INGV che da troppo tempo vivono una situazione assurda, autorizzando 210 assunzioni in 3 anni, diventate poi 200 in 5 anni. Un gioco al ribasso incomprensibile se si considera che i “precari storici” INGV sono circa 250. Incomprensibile anche perché i finanziamenti aggiuntivi sono minimi e comunque alimentano un circuito virtuoso fatto di ricercatori in grado di attrarre molti più fondi su progetti. Verrebbe da chiedere chi abbia fornito al Ministro il numero 200, prospettando una inutile guerra fra poveri. Anche il piano rinnovi (temporanei), siglato non più di un anno fa con i sindacati e avallato dal CdA, interessava 192 stabilizzandi e 55 t.d. con oltre 3 anni. Piangeremo a gennaio una cinquantina di desaparecidos? Probabile.

Terzo Campanello d’allarme: l’Art 24 del DL 104 non dice come si dovrebbero immettere in ruolo i precari INGV e si sa che nel momento delle decisioni difficili, chi deve prenderle tende un po’ a svicolare. Le ricette per farlo sono le più svariate, ma quelle a base di burocrazia e millantato merito sono le più efficaci.

E allora ci si chiede se sia giusto, opportuno e in linea con lo spirito dell’Art. 24 bandire 200 concorsi aperti a tutti. Non perché il confronto spaventi qualcuno, ma perché personale che ha oltre 15 anni di esperienza presso l’INGV, formato con soldi pubblici come tecnico o scienziato sul questioni di importanza nazionale, con diritto alla stabilizzazione in base al Comma 519 della Finanziaria 2007, personale che ha già sostenuto ed è idoneo a concorsi pubblici per posti a tempo indeterminato, ivi incluso uno del 2010, non va sottoposto a ulteriori prove, ma tutelato, difeso e consolidato.

Nasce il dubbio che la manovra concorsuale a copertura totale sia in parte un’operazione più digeribile all’esterno, ma soprattutto sollevi dall’imbarazzante responsabilità di decidere chi resta e chi no. D’altronde comunicare ad un vulcanologo con 15 anni di esperienza che non esistono più eruzioni, quindi non rientra nei “fortunati” 200, implica un discreto sangue freddo. E si sa, il coraggio uno se non ce l’ha non se lo può dare.

C’è poi la questione rinnovi. La manovra INGV è spalmata in 5 anni, e questo richiede la possibilità di rinnovare il personale che ne possa essere interessato. Noi, e questo potrebbe essere un problema comune ad altri EPR, temiamo di sentir dire che i fondi esterni non basteranno nel 2014 per prorogare tutti in attesa dell’espletamento delle “procedure”. Abbiamo chiesto un incontro urgente con l’amministrazione per analizzare insieme questi aspetti e capire l’entità, eventualmente, del problema. Il silenzio che ne è seguito testimonia che certe urgenze non sono condivise.

Sarebbe certo disarmante scoprire che, a fine anno, diverse decine di unità di personale non saranno prorogate, con la paradossale considerazione per cui “ti licenziamo, in attesa delle procedure di espletamento delle assunzioni di cui al DL 104”. E sarebbe infine poco convincente giustificarlo come razionalizzazione della spesa pubblica ed incremento dell’efficienza dell’INGV, frasi più adatte a slogan che altro. L’INGV è uno dei migliori istituti di geofisica al mondo: mandar via persone, vuol dire gettare al secchio (o regalare all’estero) personale altamente qualificato la cui formazione è costata milioni di euro ai cittadini italiani.

Un consiglio finale: chiedete per tempo ai vostri responsabili (aspettare che lo facciano spontaneamente potrebbe non bastare) se e su quali fondi verrete prorogati, in attesa di concorsi… o di altro.