Il sistema della ricerca in Italia dovrebbe andare verso una “burocrazia” il più possibile internazionale. Uno dei punti in questa direzione è l’abolizione della prova scritta nei concorsi pubblici, come criterio per la valutazione dei candidati. Nei paesi del mondo in cui la ricerca è veramente valorizzata, si valutano i titoli, la produttività, le esperienze (in pratica il curriculum vitae) e si usa un colloquio come elemento finale per scegliere le persone.

In questo senso il 9 gennaio 2009 è stata pubblicata in Gazzetta Ufficiale la conversione in legge di un decreto recante disposizioni urgenti per il diritto allo studio, la valorizzazione del merito e la qualità del sistema universitario e della ricerca; l’Art. 1, Comma 7 della L. 1/09 dice:

Art. 1.

Disposizioni per il reclutamento nelle università e per gli enti di ricerca

[…]

  1. Nelle procedure di valutazione comparativa per il reclutamento dei ricercatori bandite successivamente alla data di entrata in vigore del presente decreto, la valutazione comparativa è effettuata sulla base dei titoli, illustrati e discussi davanti alla commissione, e delle pubblicazioni dei candidati, ivi compresa la tesi di dottorato, utilizzando parametri, riconosciuti anche in ambito internazionale, individuati con apposito decreto del Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca, avente natura non regolamentare, da adottare entro 30 giorni dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto, sentito il Consiglio universitario nazionale.

Gli interessati possono trovare il testo completo qui: http://www.camera.it/parlam/leggi/09001l.htm.

Non ci sono dubbi su obiettivo della legge, contenuti e soprattutto destinatari. Inoltre è evidente che i criteri validi per Università ed EPR prevedono solo la consultazione del Consiglio Universitario Nazionale.

L’apposito decreto (http://attiministeriali.miur.it/anno-2009/luglio/dm-28072009-n-89.aspx) che il MIUR avrebbe dovuto emanare entro i primi di febbraio 2009, oltre ad arrivare con 6 mesi di ritardo esordisce così “La valutazione dei titoli e della pubblicazioni scientifiche dei candidati nelle procedure di valutazione comparativa per il reclutamento dei ricercatori universitari […]”.

Universitari? Un aggettivo di troppo, assente nel testo di legge, che sembrerebbe discriminare senza ragione i ricercatori degli EPR, poiché i parametri individuati si applicano perfettamente anche agli Enti Pubblici di Ricerca. D’altronde le carriere scientifiche nei due ambiti sono parallele: “Ricercatore-Associato-Ordinario” all’Università e “Ricercatore-Primo ricercatore-Dirigente di ricerca” presso gli EPR, con allineamento anche economico.

In un altro Paese, a fronte di questa incongruenza con la legge, sarebbe immediatamente seguìto un chiarimento, tramite nota o circolare, a specificare che il decreto riguarda anche agli EPR come previsto dalla legge. Questo non è avvenuto, contribuendo a generare l’idea che “manchi un decreto applicativo”.

Rischiamo quindi il paradosso per cui l’assenza di un ipotetico decreto applicativo sia interpretata come un esplicito divieto allo svolgimento di concorsi per soli titoli e colloquio.

Ora immaginate che l’amministrazione di un EPR sia nelle condizioni di avviare procedure concorsuali e immaginate che voglia scrivere un bando che non preveda prove scritte. In sintesi, immaginate che le cose funzionino come all’estero, dove si sa bene che sprecare tempo e soldi per fare scritti non serve a migliorare la valutazione del merito.

Ebbene, quale norma violerebbe quest’amministrazione? La L. 1/09, che esiste e prevede concorsi per titoli e colloquio anche presso gli EPR, oppure un fantomatico quanto inutile ulteriore decreto applicativo?

Riteniamo si tratti di una palese inconsistenza normativa, che alimenta solo ambiguità, perdita di tempo e di denaro pubblico; tutti ricercatori vanno valutati secondo standard internazionali come previsto dal decreto e dalla carta europea dei ricercatori: invitiamo gli EPR ad agire di conseguenza.

Ieri, 5 maggio, il Gabinetto del MIUR ha inviato al Presidente dell’INGV, Prof. Stefano Gresta, il Decreto Ministeriale attuativo della L. 128/2013,  Art. 24, articolo fortemente voluto dell’ex Ministro Maria Chiara Carrozza.

Il D.M. autorizza l’aumento della dotazione organica per l’INGV di 200 posti in 5 anni e l’avvio delle procedure di immissione in ruolo del personale precario.

Questo passaggio segna la fine di 7 anni e 6 mesi di attesa, da quando l’INGV nel 2008 è rimasto l’unico Ente Pubblico a non aver usufruito del processo di stabilizzazione voluto dal governo Prodi per far fronte al dilagante problema del precariato.

Ora i lavoratori INGV, ed in particolare il “precariato storico”, possono guardare al futuro con una nuova prospettiva. E questo è un bene per tutti, perché la preparazione scientifica delle persone coinvolte e il loro impegno costituisce una risorsa fondamentale per la tutela del territorio e per il prestigio scientifico dell’Italia nel mondo.

Cinque anni per completare questo percorso non sono pochi, ma è comunque un buon inizio.

E’ stata, la nostra, un’attesa lunga, snervante e carica di senso di impotenza di fronte al prolungarsi di una situazione ingiustificabile, non solo dal punto di vista dei lavoratori precari, ma da quello dell’investimento fatto per la loro formazione e per la tutela del territorio. L’INGV è punta di diamante al livello mondiale nell’ambito delle scienze della Terra e questo grazie, principalmente, alla produttività e all’entusiasmo del personale non di ruolo, da quasi vent’anni.

Non è questo il momento dei ringraziamenti, ma il personale a tempo determinato INGV sa chi sono stati i promotori di questa iniziativa e ne renderà merito, così come l’Art. 24 della L. 128/2013 rende merito del loro costante impegno per il Paese.

Leggi la notizia ANSA.

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[...] coda timbro firma passa 
burocrazia 
l’Italia si squaglia come 
burro e pazzia [...]

[...] tutti pronti per la partenza 
ma da anni è una finta partenza [...]

Così canta Fabri Fibra in “Pronti, partenza, via!” e sembra la storia del precariato INGV.

A Novembre 2013 il MIUR avrebbe dovuto emettere un Decreto Ministeriale per autorizzare l’aumento di dotazione organica imposto dalla L. 128/2013 approvata dal parlamento a guida Letta e dal MIUR a guida Carrozza. A sei mesi di distanza ancora non si ha traccia di questo semplicissimo DM. Unica notizia è che sia arenato al Ministero dell’Economia e Finanze. Non se ne capiscono le ragioni e francamente alla luce della minaccia di ulteriori tagli ai fondi per la ricerca (ora, sembra, rientrata) siamo molto preoccupati di essere di fronte all’ennesima falsa partenza, l’ennesima beffa che riterremmo assolutamente insopportabile.

La FLC-CGIL ha inviato ieri al MEF una richiesta di spiegazioni e un sollecito che di seguito riportiamo.

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Non sappiamo se nel mondo questo sia un primato ma è un dato il fatto che ogni italiano ha visto succedersi in media un governo ogni 1.6 anni contro i 5 previsti per la durata di un singolo governo. In 65 anni infatti, considerando un solo governo quando il presidente del consiglio è rimasto lo stesso pur cambiando la maggioranza e gli altri ministri, si sono succeduti 40 governi.

I soli precari INGV (e ogni altro abitante di questo Paese) dal 2007 al 2013 hanno visto 4 governi in 7 anni per una media 1,75 anni per governo/presidente.

Adesso ci risiamo.

Non è detto che la stabilità di un governo sia di per sé una garanzia, ma di sicuro c’è che cambiare interlocutori ogni anno e mezzo non tranquillizza.

A distanza di poco più di tre mesi dalla conversione in Legge 128/2103 del decreto con cui l’ex Ministro Carrozza autorizzava l’assunzione in 5 anni di 200 unità di personale dell’INGV, noi siamo ancora in attesa del decreto congiunto MIUR – Funzione Pubblica – MEF per l’autorizzazione, sancita con la Legge 128/2013, all’ampliamento della dotazione organica dell’Ente. Poi è stato sciolto il governo e tutto si è fermato.200

Se fossimo in un Paese normale staremmo tranquilli, perché la Legge c’è ed è chiarissima nel dichiarare che l’INGV può assumere. Inoltre la Legge 125/2013 relativa a tutta la P.A. dice anche come assumere e, infine, la Legge di stabilizzazione richiamata dalla 125/2013 ricorda che ci sono circa 170 persone all’INGV che il diritto all’assunzione già lo hanno dal 2007.

Ma siamo in Italia, land of burocracy, e quindi se qualcosa si può bloccare in qualche curioso ingorgo lo fa.

Ci terremmo a sapere cosa ha bloccato un Decreto Ministeriale che sarebbe di una semplicità disarmante. Abbiamo provato a chiederlo alla Funzione Pubblica ma fino a ora ha regnato il silenzio, tanto che iniziamo a chiederci cosa sia stato chiesto dall’INGV ai Ministeri oltre all’aumento della dotazione organica.

Ma lasciamo per un momento la storia infinita dei precari INGV e passiamo a quella del Paese.

Con l’ex Ministro Carrozza avevamo iniziato a nutrire la speranza che le istituzioni potessero finalmente avviare quell’alleanza con gli EPR necessaria e tante volte chiesta perché il Paese decidesse finalmente di investire in Ricerca, Sviluppo e Prevenzione, a tutela dei cittadini, del territorio e in sostanza del futuro del Paese stesso. Se non altro perché per la prima volta un Ministro del MIUR aveva di sua spontanea volontà lanciato un appello in questo senso alle istituzioni.

Avevamo inoltre iniziato a nutrire la speranza che l’unica riforma necessaria per gli EPR, la regia di un unico ministero per tutti, la tutela dell’indipendenza degli EPR insieme a un rilancio degli investimenti in Ricerca e la sburocratizzazione degli EPR, fosse finalmente presente nell’agenda del governo o almeno del reggente del MIUR.

Noi ci auguriamo naturalmente che tutto questo possa essere l’approccio anche del nuovo Ministro, Stefania Giannini.

Per il momento però ci preoccupa che le prime dichiarazioni lascino intendere che il Ministro vede il MIUR essenzialmente come il ministero della Scuola, dato che non ha mai menzionato gli Enti Pubblici di Ricerca. Questo è un difetto di comunicazione che purtroppo abbiamo trovato in molti ministri precedenti e che poi si è risolto semplicemente nel continuare ad ignorare l’esistenza e la funzionalità di una delle più produttive e importanti risorse di questo Paese: noi.

Abbiamo più volte ricordato, e non smetteremo mai di farlo, che esiste un EPR per ogni aspetto essenziale della nostra società. Una ricchezza basata sulla conoscenza, che ha le potenzialità per regalare a questo Paese risparmi superiori a molte finanziarie e che comunque nel frattempo regala ricercatori (e quindi fondi) a altri paesi.

Un ultimo punto.

In una intervista su repubblica abbiamo letto il Ministro dichiarare che l’Italia non ha l’atteggiamento giusto per richiamare fondi europei vincendo i bandi. Se intende che l’Italia manda all’estero i suoi ricercatori e che quindi è dall’estero che vincono i bandi, ha sicuramente ragione. Se intende dire che sono le istituzioni politiche italiane che non hanno la mentalità giusta per richiamare fondi (e persone) in questo Paese, anche qui ha ragione.

Perché noi, all’INGV sicuramente, i fondi Europei li richiamiamo eccome, con molto sforzo e nonostante le pastoie burocratiche che rendono questo Paese comunque poco appetibile.

Ci auguriamo che non si torni a parlare quindi di “piani per il rientro dei cervelli”, superficiale ed inutile approccio al problema della fuga. Non sarà qualche euro di incentivo a richiamare i ricercatori che hanno scelto, con difficoltà, di andar via. L’unico modo per arginare la fuga e richiamare i “cervelli” è dimostrare che l’Italia finalmente dà un reale peso e adeguati finanziamenti alla Ricerca e allo Sviluppo, portati avanti da Enti Pubblici di Ricerca e Università che contribuiscono a tenere alto il nome dell’Italia nei settori di competenza.

Che questo messaggio giunga forte ai neo-ministri del MIUR Stefania Giannini, della Funzione Pubblica Marianna Madia, del MEF Pier Carlo Padoan e delle Infrastrutture e dei Trasporti Maurizio Lupi.

precariatingv non ha mai parlato “solo” dei precari INGV e nemmeno solo di precariato.

Altri due argomenti sono stati costanti: la riforma del settore Ricerca e la Prevenzione.

Per questo anche se il processo, avviato dal Ministro Carrozza, di immissione in ruolo di una parte rilevante di precari del nostro Istituto dovesse andare a buon fine (pur se spalmato su 5 pericolosissimi anni) … non vi libererete di  noi (forse)!!

Nel precedente post (Auguri) dicevamo

  • Auguriamo all’Italia di diventare presto un Paese che invece di usare 8€ su 10 per riparare i danni (quelli riparabili) dei disastri ambientali (terremoti inclusi) e solo due per prevenirli inverta il rapporto. [...]
  • Ci auguriamo che “presto” significhi prima del prossimo terremoto forte. Che comunque ci sarà. Della prossima alluvione, che comunque ci sarà. [...]

Appunto. Ci sarà e c’è stata la “prossima alluvione”. E non sarà l’ultima come quella dell’Emilia non è stata l’ultima sequenza sismica che ha provocato danni al tessuto economico e sociale. Se il prossimo territorio ad essere colpito fosse più fragile dell’Emilia e anche di L’Aquila? Quanti altri morti deve avere sulla coscienza la classe dirigente di questo Paese? Quante altre batoste può sopportare l’economia Italiana? Quante altre alluvioni può sopportare la popolazione e quante l’economia agricola e industriale?

E’ vero che gli eventi atmosferici, come i terremoti forti, sono spesso parossistici ed è vero che alluvioni e terremoti ce ne sono sempre stati. Ma il tessuto urbano, economico e sociale degli ultimi decenni non ha precedenti quanto a fragilità e costo sociale per il ripristino.  Quindi il territorio richiede una tutela particolare. E’ essenziale la Prevenzione e questo decisamente non è una novità.

Prevenzione che costa un decimo di quanto costa riparare i danni. Una tutela che ha basi scientifiche e che la politica può facilmente attuare  commissionando (quando nn già fatti) studi agli EPR competenti e soprattutto operando poi di conseguenza.

I soldi spesi in Prevenzione (con opere eseguite a dovere e nel tempo strettamente necessario, senza rinvii di alcun tipo all’italiana) dovrebbero essere assicurati dallo Stato ai Comuni senza tanti se e ma.

In questi giorni il Ministro Maria Chiara Carrozza ha postato diversi Tweet che, partendo dalla piena dell’Arno a Pisa, arrivano al concetto di Prevenzione tramite una alleanza fra EPR ed istituzioni.

Sarebbe ora.

Tweets

Ma la Prevenzione non può, secondo noi, essere un “progetto” come suggerito dal Ministro. Capiamo che oggi tutto si immagina fattibile tramite progetti. Suona bene, meritocratico. Ma l’idea di base della prevenzione poggia su tre pilastri.

  1. monitoraggio/acquisizione dati
  2. elaborazione modelli e soluzioni
  3. traduzione della scienza in politica sul territorio

Questi tre pilastri non sono gestibili tramite progetti (a termine per loro natura), hanno caratteristiche 

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PERMANENTI e l’alleanza fra EPR, Università e Istituzioni deve essere una voce permanente di bilancio.

Su base progettuale possono essere finanziati gli sprint alla ricerca di innovazione tecnologica, nuove metodologie teoriche, nuovi modelli e strumenti informatici.

Lo Stato Italiano ha un Ente Pubblico di Ricerca per affrontare OGNI singolo aspetto della PREVENZIONE per la tutela del territorio e delle vite e delle risorse economiche del Paese. E ne ha altri per ogni aspetto vitale della società.

Tanto di cappello al Ministro che finalmente nomina questa alleanza come mezzo e la Prevenzione come obiettivo.

Ma per passare dalle parole ai fatti (e in fretta perché la situazione politica è fragile) servono alcuni passi essenziali.

  1. portare allo scoperto il nervo della mancata attuazione da parte delle istituzioni delle indicazioni che gli EPR già oggi danno (parliamo di terremoti, vulcani o ambiente? INGV, parliamo di alluvioni e rischio idrogeologico? ISPRA, parliamo di alimentazione? CRA INRAN, parliamo di lavoro? ISFOL ecc)
  2. portare tutti gli EPR sotto la supervisione del MIUR; che si occupino di scienze sociali, umane o naturali gli EPR, insieme e in modo complementare alle Università, abbracciano tutti gli aspetti della società umana e non devono esistere EPR abbandonati allo sfruttamento di specifici ministeri che puntualmente prima o poi tendono a svilirli per trasformarli in “braccio operativo” al servizio. Gli EPR devono essere, al pari della stampa libera, il cane da guardia in una società sana
  3. sottrarre gli EPR al settore della Pubblica Amministrazione in senso stretto: siamo Enti Pubblici, ma non siamo ministeri, lo ha detto la stessa Maria Chiara Carrozza; la ricerca pubblica nel mondo non sottosta alle burocrazie della P.A. e per questo si muove più agevolmente;
  4. realizzare l’obiettivo di Lisbona del 3% del PIL in Ricerca e Sviluppo, rendendo imperativo il concetto di “risparmio tramite investimenti”
  5. aumentare la percentuale di ricercatori per numero di occupati nel nostro Paese, per dare un futuro ai giovani che studiano e che vorrebbero restare in Italia, per raggiungere l’obiettivo di portare in Italia i Fondi ERC (tristemente dragati dai Ricercatori Italiani che le vincono verso l’estero).

Servono soldi? Per riorganizzare il settore no. Per attuare la prevenzione e per implementare il Fondo per la Ricerca si. Ma sono, come si suol dire, soldi santi e fonte di immenso risparmio.

Però, non c’è più tempo: il futuro è già adesso e se non iniziamo ora, tanto vale emigrare. 

PS: il decreto di aumento della dotazione organica, siamo ancora in attesa. Grazie!

C’è un abisso fra la situazione dei precari dell’INGV alla fine del 2012 e l’attuale.

A nostro favore abbiamo la Legge 128/2013 che autorizza l’INGV ad assumere 200 precari in 5 anni, le operazioni di bilancio necessarie a coprire questa operazione, la legge 125/2013 (che riguarda tutti i precari della P.A.) che detta le regole per le assunzioni e infine l’antica quando viva Legge di Stabilizzazione 296/2006 richiamata a più riprese proprio dalla legislazione recente.

Contro abbiamo il fatto che nonostante le proroghe dei contratti potrebbero, a norma di legge, portare la data del 2018 (fatta salva la disponibilità di fondi e legislazioni alternative, tanto per rassicurare pavidi dirigenti di P.A.) si dice che le proroghe l’INGV le farà, tanto per cambiare, con scadenza annuale. Altro aspetto negativo e poco rassicurante: il provvedimento è spalmato su 5 anni e in un Paese come l’Italia, con un cambio di governo a ogni angolo, non è il massimo. Infine, i posti sono 200 e i precari poco meno di 300.

Comunque dopo 5 anni di dure battaglie per la Ricerca in Italia e per la sopravvivenza dell’Ente e del nostro posto di lavoro, abituati a capodanni travagliati e ricchi di ansie vogliamo sfruttare questa situazione relativamente ricca di speranze, almeno per molti di noi, per chiudere l’anno con degli auguri.

  • Auguriamo all’Italia di diventare presto un Paese che invece di usare 8€ su 10 per riparare i danni (quelli riparabili) dei disastri ambientali (terremoti inclusi) e solo due per prevenirli inverta il rapporto. Perché farlo è non solo possibile ma segno di una maturità civile che l’Italia ancora non ha. Sono anni che lo ripetiamo, sono anni che l’INGV si adopera per questo rimanendo inascoltato.
  • Ci auguriamo che “presto” significhi prima del prossimo terremoto forte. Che comunque ci sarà. Della prossima alluvione, che comunque ci sarà. Come disse il Professor Enzo Boschi, ex Presidente dell’INGV, in uno dei suoi molti tentativi di aprire gli occhi a politici e cittadini, “Non aspettiamo il prossimo terremoto”.
  • Ci auguriamo che i ricercatori smettano di essere i capri espiatori delle colpe di un Paese ignavo, perché in questo momento (non solo i geofisici) lo sono. Osannati per finta e bastonati davvero.
  • Ci auguriamo di non dover sentire ancora a lungo la vuota retorica sulla Ricerca in Italia, soprattuto da parte di politici che fino a oggi nei fatti la Ricerca l’hanno affossata. Quella retorica fatta di “rientro dei cervelli”. Potenziare davvero la Ricerca e quindi attrarre ricercatori non è difficile.
  • Ci auguriamo quindi di vedere e poter discutere e migliorare un piano decennale di investimenti in Ricerca, quindi in Sviluppo, e magari vederlo affiancato a un piano decennale per lo sviluppo industriale ed energetico.
  • Ci auguriamo di vedere realizzata quella riforma degli Enti Pubblici di Ricerca che la Rete Ricerca Pubblica e alcuni (ma non tutti) i sindacati sostengono da tempo: autonomia, potenziamento, regia unica, dirigenze a gettone. Speravamo che l’attuale Ministro potesse iniziare subito il percorso di una simile riforma e ancora lo speriamo. Nel caso speriamo di essere ascoltati anche dal prossimo ministro, che di idee ne abbiamo.
  • Ci auguriamo che sia i politici che i cittadini smettano di parlare a sproposito di merito, sull’onda di un insano qualunquismo. Che si prendano il tempo di guardare all’estero, in Paesi in cui persone competenti e meritorie occupano i posti che gli competono dando un forte impulso sia al pubblico che al privato. Paesi in cui curiosamente non esiste alcun concorso nazionale ma ‘solo’ una fortissima assunzione di responsabilità da parte di tutti e soprattutto della classe dirigente.
  • Ci auguriamo di riuscire ad aprire un serio discorso sui metodi di selezione nella P.A. e sul Concorso Nazionale, perché la maggior parte delle persone, soprattutto parlamentari ed esponenti di partito, citano l’Art. 97 della costituzione a sproposito. Speriamo che si riesca finalmente a spostare l’attenzione da quella inutile parola che è “merito” ai più sensati concetti di “risultati” e “qualità”. Almeno parliamone.

Infine: quest’anno molti nostri colleghi sono emigrati all’estero. Nella maggior parte dei casi non sarà la promessa di un’assunzione nel prossimo quinquennio a convincerli a tornare, perché la situazione attuale del Paese non è il massimo e nemmeno la credibilità e stabilità delle sue istituzioni, condizioni per credere a una promessa e caricarla sul futuro dei figli, lo sono.

Chiedendo in giro a tanti che sono andati via da anni (capita di incontrarli spesso nei convegni scientifici) abbiamo capito che “non c’è nessuno che sia all’estero che non vorrebbe tornare”. Ma poi non lo fa.

Ecco, ci auguriamo che questo “ma poi non lo fa” inverta al più presto il segno.

Noi torniamo ai turni in sala sismica e allo studio delle sequenze in atto, le più recenti delle quali sono Gubbio e Caserta.

Il 2013 rappresenta un possibile anno di svolta per l’INGV. Chi segue il nostro blog e il neonato account Twitter (@precINGV) sa che l’INGV conta oltre 300 dipendenti con contratti a tempo determinato, con picchi di anzianità che rasentano i 20 anni. Escludendo altre forme contrattuali a termine, come assegni di ricerca o incarichi di collaborazione.

Il neo-ministro del MIUR, Maria Chiara Carrozza, per la prima volta, attraversa il mare che separa le parole dai fatti (i suoi predecessori sono sempre rimasti a prendere il sole sulla riva) e decide che la piaga del precariato INGV va affrontata. L’Art. 24 di un decreto del MIUR, il DL 104, diventato la legge dello Stato 128/2013 pochi giorni fa, prevede l’assunzione di 200 unità di personale in cinque anni.

Un gesto in controtendenza rispetto al clima di austerity che interessa la Pubblica Amministrazione, ma ritenuto da molti quasi un “atto dovuto”. La difesa del territorio, coniugata all’INGV dal binomio ricerca e monitoraggio (si pensi a quello sismico e vulcanico h24), non può essere lasciata alla deriva privando sismologi, vulcanologi ed esperti di ambiente, supportati da tecnici e amministrativi, di una prospettiva stabile. Una mancanza di prospettiva che ha dato i volti e i nomi dei nostri colleghi a quella vergogna del Bel Paese nota come “fuga dei cervelli”, il nuovo fiore all’occhiello del Made in Italy.

Chi conosce il settore, infatti, sa che il vero spreco di denaro non è la stabilizzazione di uno scienziato, ma la sua perdita dopo una formazione professionale costata allo Stato centinaia di migliaia di euro e che centri di eccellenza mondiale sono ben pronti a riscattare a parametro zero.

Il problema del precariato INGV non verrà risolto completamente, ma questa fase segna l’inizio di un’inversione di tendenza. E siamo altrettanto convinti che il personale a tempo determinato dell’INGV saprà affrontare la situazione con grande maturità, la stessa mostrata in situazioni ben più drammatiche; nel 2009, all’alba del terremoto de L’Aquila, il personale precario sospese qualsiasi forma di mobilitazione, nonostante le imminenti scadenze contrattuali, per dedicarsi senza vincoli di tempo all’emergenza sismica.

In attesa di leggere la circolare della Funzione Pubblica che fornirà dettagli sull’applicazione della legge 125/2013, riguardante il superamento del precariato nella P.A. e le norme di reclutamento speciale, manifestiamo apprezzamento per la posizione espressa dal MIUR dove, in un incontro che una delegazione di ricercatori precari ha avuto il 6 novembre presso l’ufficio di Gabinetto del Ministro, è stato ribadito che non è stata data, né verrà data alcuna indicazione aggiuntiva sulle modalità di espletamento delle procedure di cui all’Art. 24 della L. 128/2013.

Peraltro l’esistenza presso l’INGV di graduatorie valide ai fini degli scorrimenti e la necessità di contenimento della spesa pubblica sono due dati di fatto che convergono nel superamento di una condizione il cui peso è stato sopportato, finora, esclusivamente dal personale non di ruolo dell’INGV.

Dopo tanti anni di difficoltà, un provvedimento efficace per sanare il precariato INGV e il giusto rispetto per l’autonomia deli enti di ricerca. Un new deal che speriamo restituisca dignità alla ricerca pubblica e, più in particolare, a chi dedica la propria vita alla difesa del territorio e alla tutela della popolazione.