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precariatingv non ha mai parlato “solo” dei precari INGV e nemmeno solo di precariato.

Altri due argomenti sono stati costanti: la riforma del settore Ricerca e la Prevenzione.

Per questo anche se il processo, avviato dal Ministro Carrozza, di immissione in ruolo di una parte rilevante di precari del nostro Istituto dovesse andare a buon fine (pur se spalmato su 5 pericolosissimi anni) … non vi libererete di  noi (forse)!!

Nel precedente post (Auguri) dicevamo

  • Auguriamo all’Italia di diventare presto un Paese che invece di usare 8€ su 10 per riparare i danni (quelli riparabili) dei disastri ambientali (terremoti inclusi) e solo due per prevenirli inverta il rapporto. […]
  • Ci auguriamo che “presto” significhi prima del prossimo terremoto forte. Che comunque ci sarà. Della prossima alluvione, che comunque ci sarà. […]

Appunto. Ci sarà e c’è stata la “prossima alluvione”. E non sarà l’ultima come quella dell’Emilia non è stata l’ultima sequenza sismica che ha provocato danni al tessuto economico e sociale. Se il prossimo territorio ad essere colpito fosse più fragile dell’Emilia e anche di L’Aquila? Quanti altri morti deve avere sulla coscienza la classe dirigente di questo Paese? Quante altre batoste può sopportare l’economia Italiana? Quante altre alluvioni può sopportare la popolazione e quante l’economia agricola e industriale?

E’ vero che gli eventi atmosferici, come i terremoti forti, sono spesso parossistici ed è vero che alluvioni e terremoti ce ne sono sempre stati. Ma il tessuto urbano, economico e sociale degli ultimi decenni non ha precedenti quanto a fragilità e costo sociale per il ripristino.  Quindi il territorio richiede una tutela particolare. E’ essenziale la Prevenzione e questo decisamente non è una novità.

Prevenzione che costa un decimo di quanto costa riparare i danni. Una tutela che ha basi scientifiche e che la politica può facilmente attuare  commissionando (quando nn già fatti) studi agli EPR competenti e soprattutto operando poi di conseguenza.

I soldi spesi in Prevenzione (con opere eseguite a dovere e nel tempo strettamente necessario, senza rinvii di alcun tipo all’italiana) dovrebbero essere assicurati dallo Stato ai Comuni senza tanti se e ma.

In questi giorni il Ministro Maria Chiara Carrozza ha postato diversi Tweet che, partendo dalla piena dell’Arno a Pisa, arrivano al concetto di Prevenzione tramite una alleanza fra EPR ed istituzioni.

Sarebbe ora.

Tweets

Ma la Prevenzione non può, secondo noi, essere un “progetto” come suggerito dal Ministro. Capiamo che oggi tutto si immagina fattibile tramite progetti. Suona bene, meritocratico. Ma l’idea di base della prevenzione poggia su tre pilastri.

  1. monitoraggio/acquisizione dati
  2. elaborazione modelli e soluzioni
  3. traduzione della scienza in politica sul territorio

Questi tre pilastri non sono gestibili tramite progetti (a termine per loro natura), hanno caratteristiche 

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PERMANENTI e l’alleanza fra EPR, Università e Istituzioni deve essere una voce permanente di bilancio.

Su base progettuale possono essere finanziati gli sprint alla ricerca di innovazione tecnologica, nuove metodologie teoriche, nuovi modelli e strumenti informatici.

Lo Stato Italiano ha un Ente Pubblico di Ricerca per affrontare OGNI singolo aspetto della PREVENZIONE per la tutela del territorio e delle vite e delle risorse economiche del Paese. E ne ha altri per ogni aspetto vitale della società.

Tanto di cappello al Ministro che finalmente nomina questa alleanza come mezzo e la Prevenzione come obiettivo.

Ma per passare dalle parole ai fatti (e in fretta perché la situazione politica è fragile) servono alcuni passi essenziali.

  1. portare allo scoperto il nervo della mancata attuazione da parte delle istituzioni delle indicazioni che gli EPR già oggi danno (parliamo di terremoti, vulcani o ambiente? INGV, parliamo di alluvioni e rischio idrogeologico? ISPRA, parliamo di alimentazione? CRA INRAN, parliamo di lavoro? ISFOL ecc)
  2. portare tutti gli EPR sotto la supervisione del MIUR; che si occupino di scienze sociali, umane o naturali gli EPR, insieme e in modo complementare alle Università, abbracciano tutti gli aspetti della società umana e non devono esistere EPR abbandonati allo sfruttamento di specifici ministeri che puntualmente prima o poi tendono a svilirli per trasformarli in “braccio operativo” al servizio. Gli EPR devono essere, al pari della stampa libera, il cane da guardia in una società sana
  3. sottrarre gli EPR al settore della Pubblica Amministrazione in senso stretto: siamo Enti Pubblici, ma non siamo ministeri, lo ha detto la stessa Maria Chiara Carrozza; la ricerca pubblica nel mondo non sottosta alle burocrazie della P.A. e per questo si muove più agevolmente;
  4. realizzare l’obiettivo di Lisbona del 3% del PIL in Ricerca e Sviluppo, rendendo imperativo il concetto di “risparmio tramite investimenti”
  5. aumentare la percentuale di ricercatori per numero di occupati nel nostro Paese, per dare un futuro ai giovani che studiano e che vorrebbero restare in Italia, per raggiungere l’obiettivo di portare in Italia i Fondi ERC (tristemente dragati dai Ricercatori Italiani che le vincono verso l’estero).

Servono soldi? Per riorganizzare il settore no. Per attuare la prevenzione e per implementare il Fondo per la Ricerca si. Ma sono, come si suol dire, soldi santi e fonte di immenso risparmio.

Però, non c’è più tempo: il futuro è già adesso e se non iniziamo ora, tanto vale emigrare. 

PS: il decreto di aumento della dotazione organica, siamo ancora in attesa. Grazie!

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Recentemente sono stato in Giappone, per lavoro, presso l’Università di Tohoku a Sendai, la zona colpita dal terremoto di Mw 9.0 e soprattutto dal collegato Tsunami dell’11 Marzo 2011.

In particolare ho lavorato per alcuni giorni nel Research Center for Prediction of Earthquakes and Volcanic Eruptions. “Prediction” nel senso che studiano, come quasi tutti i centri che si occupano di terremoti nel mondo, anche la previsione pur non essendo in grado, come nessuno è, di prevederne il verificarsi nel breve termine.

La foto che qui riporto l’ho scattata in una delle zone più colpite dall’onda di Tsunami.

Immagine

Questa foto merita un commento: quello che si vede è l’ospedale. Situato, appositamente per essere “al sicuro”, su un terrapieno alto almeno 15 metri. La gente ovviamente è scappata proprio li quando l’onda ha iniziato ad avvicinarsi, pensando di salvarsi. E in effetti molti sono sopravvissuti in questo modo … ma l’onda dello tsunami ha superato i 10-15 m previsti e ha raggiunto il secondo piano dell’edificio che per fortuna ne ha altri due. Senza quei due piani in più le cose sarebbero andate diversamente. Come nel caso dei 74 di 100 bambini di una scuola nelle vicinanze, portati via da un’onda molto più alta del ponte su cui loro e gli insegnanti pensavano di essere al sicuro.

Intorno è una completa, sebbene nipponicamente ordinata, desolazione su cui spiccano due edifici di 10-15 metri sradicati e ribaltati, accasciati su un fianco.
Tutto questo è segno che “lo stato” e “gli esperti” non hanno previsto che l’onda potesse mai superare l’altezza di 10 metri per la quale si erano e avevano preparato il territorio e le persone. E men che meno avevano previsto che il terremoto avrebbe raggiunto la magnitudo 9 superando le previsioni di 8.5.
Addirittura hanno sistemato un territorio intero (e le case qui c’erano e ora non ci sono più) per sopportare un’onda di 10m e la gente ci ha in fondo creduto.

La prima riflessione che mi è venuta in mente è questa: in Italia questi “esperti e funzionari” sarebbero stati accusati di aver rassicurato la popolazione che un terremoto di magnitudo superiore a 8.5 e un’onda di più di 10 metri non si sarebbero verificati.

Ma il Giappone non è l’Italia. Alcuni si sono un po’ incazzati, certo, perché le istituzioni non hanno protetto per questo evento (non previsto). Ma la stragrande maggioranza ha capito che non si è trattato di rassicurazione o superficialità dei ricercatori. Semplicemente non c’era modo di sapere prima la portata di un evento così straordinario e nemmeno, soprattutto, quando sarebbe avvenuto. Sanno che nessuno poteva chiedere loro di abitare altrove per un tempo indefinito visto che il territorio è sismico e soggetto a tsunami. E sanno che da ora in poi si ragionerà sulla base di quanto accaduto, cercando di dotarsi tutti gli strumenti per prevenire il prossimo disastro. Che verrà, e lo sanno. Anzi se lo aspettano per la zona a Sud di Tokyo. E sanno che dovranno avvalersi degli strumenti che i ricercatori sapranno mettere a disposizione e che fino all’11 Marzo 2011 li avevano salvati varie volte.

Vivendo il Giappone per 2 settimane e passando da Nagoya a Tokyo e poi a Sendai e viceversa, mi sono fatto un’idea che credo spieghi perché in Italia abbiamo avuto il processo dell’Aquila che ha condannato in primo grado gli imputati per omicidio colposo mentre in Giappone questo non è stato nemmeno pensato.

Li la popolazione ha fiducia nelle istituzioni, fiducia giustificata dal buon funzionamento dei servizi e anche del sistema di prevenzione, e non pensa che qualunque cosa accada di male ci sia dietro una malafede delle stesse istituzioni volta a fregare i cittadini.

In Italia invece c’è una altrettanto giustificata sfiducia nelle istituzioni, totalmente legata alla mala-politica, a causa della quale anche le conseguenze di un evento naturale (innaturale è la mancanza di prevenzione sul territorio) diventano motivo di vendetta, mal diretta, verso le istituzioni. Questa sete di vendetta ha colpito, in un modo che stride con la scienza, le persone sbagliate facendo salvi i veri colpevoli dei danni mostruosi che periodicamente e prevedibilmente colpiscono il nostro Paese.

Raffaele

Ricercatore (precario).