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“Per sapere” è il classico formalismo di un’interrogazione parlamentare.  L’interrogazione parte di solito quando uno o più parlamentari individuano (o sono messi a conoscenza di) stranezze, inconsistenze o sospetti comportamenti illeciti su cui il governo o il parlamento possono avere voce in capitolo.
Questo post è una interrogazione da parte di dipendenti di un Ente, in particolare dello scrivente, rivolta al MIUR per … capire.

Parliamo delle modalità di svolgimento dei concorsi pubblici negli EPR.

Premesso che:
– fino al 2009 la norma di riferimento per tutta la Pubblica Amministrazione era il DPR 487/1994 che, semplicisticamente parlando, indica un massimo di 1/3 del punteggio totale ai Titoli (inclusa l’anzianità di lavoro) e 2/3 assortiti in base a decisione autonoma dell’Ente, per scritto e orale.

– verificato che di fatto gli EPR, incluso l’INGV, almeno negli ultimi 15 anni si sono avvalsi varie volte dell’Autonomia a loro concessa dal legislatore, per svolgere concorsi con ripartizioni dei punteggi diverse da quanto stabilito dal DPR del 1994 (superando anche la proporzione di 1/3 stabilita per i titoli), criteri presumibilmente (o necessariamente) approvati dal MIUR,

– preso atto che la Legge 1/2009 (legge “Gelmini”) ha un Art. 1 che si chiama “Disposizioni per il reclutamento nelle università e per gli enti di ricerca” e che tale articolo ha un comma che recita “Nelle procedure di valutazione comparativa per il reclutamento dei ricercatori bandite successivamente alla data di entrata in vigore del presente decreto, la valutazione comparativa e’ effettuata sulla base dei titoli, illustrati e discussi davanti alla commissione, e delle pubblicazioni dei candidati, ivi compresa la tesi di dottorato, utilizzando parametri, riconosciuti anche in ambito internazionale, individuati con apposito decreto del Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca, avente natura non regolamentare, da adottare entro 30 giorni dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto, sentito il Consiglio universitario nazionale.

– notato che il comma 7 summenzionato parla di “ricercatori” e non solo di “ricercatori universitari” e che per contro solo per le università cita la necessità di un DM successivo

– notato che la L 1/2009 non menziona, né abrogando né modificando né inglobando, il DPR 487 ma di fatto modificando la regola delle 3 prove concorsuali, da esso previste, introduce una fattispecie specifica per il comparto Ricerca inclusi gli Enti Pubblici di Ricerca

– ricordato che, per quanto ci è dato di sapere, a seguito di richiesta formale dell’INGV di parere sull’applicazione della L 1/2009 il MIUR ha risposto laconicamente con “non vale per gli EPR”, senza aggiungere alcuna spiegazione normativa lasciando ingiustamente oscura la materia concorsuale negli EPR

chiedo al Ministro e al Capo di Gabinetto del MIUR quanto segue:

1) se il Ministro e il Capo di Gabinetto non ritengano che la L 1/2009 VALGA per gli EPR, ai quali l’Articolo 1 é esplicitamente diretto, e che, come appare evidente allo scrivente, essa superi, per il comparto Enti di Ricerca, il precedente DPR 487/1994, rimandando all’autonomia degli EPR, previa verifica di compatibilità normativa (o qualunque altra forma di dialogo) da parte dei Ministeri competenti, la definizione di un regolamento interno che risponda alle specifiche necessità dell’Ente di Ricerca
2) che la risposta al punto 1, positiva o negativa che sia, venga adeguatamente, chiaramente e definitivamente giustificata dal punto di vista normativo

Tutto quanto sopra attende una risposta da troppo tempo e questo sonno della ragione ha già prodotto mostri, dunque mi permetto cortesemente di chiedere al Ministero destinatario una risposta celere.
Cordialmente

Raffaele Di Stefano

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E’ una leggenda urbana quella secondo cui solo i lavoratori italiani anacronisticamente ambiscono al posto a Tempo Indeterminato (in inglese “Permanent Position”). Ed è una leggenda urbana il fatto che i ricercatori in particolare, nel resto del mondo, quasi aborriscano una permanent position: ricorderete l’ex Ministro della Funzione Pubblica Renato Brunetta che ci definì “Capitani di Ventura” per giustificare il veto, tutto politico e mai normativo, sulle stabilizzazioni.

Al di là della mia esperienza diretta derivata dai tanti pluriennali contatti con ricercatori all’estero, mi ha colpito l’episodio 20 della sesta serie di The Big Bang Theory (da cui il titolo del post), una serie TV di grandissimo successo sia in America che in Italia.

I personaggi principali di questa serie, per chi non la conosce, sono quattro ricercatori del California Institute of Technology di Pasadena (più noto come Caltech) molto nerd e molto bravi, permanentemente impegnati a cercare fondi per le proprie ricerche e per i propri stipendi, oltre che a vivere le loro vite di appassionati di ricerca scientifica, fumetti, film e … serie TV.

L’episodio in questione si intitola “La turbolenza del ruolo” in inglese “The Tenure Turbulence”. “Tenure” viene da “Tenure Track“, una versione più dignitosa del nostro concorso per un posto a tempo indeterminato. Sebbene in modo caricaturale per ragioni di sit-com i quattro, pur molto dotati e con un Curriculum Vitae nutrito di esperienze e pubblicazioni, nel momento in cui il Caltech apre una chiamata per la Tenure Track si scatenano in un patetico tentativo di accattivarsi le grazie della commissione che dovrà decidere della loro collocazione nel percorso (track) verso la tenure cioè fra quelli che ambiscono al posto a tempo indeterminato.

Ambiscono, appunto. Perché quel passaggio da “Tempo Determinato” a “Tempo Indeterminato”, oggi in Italia tanto ridicolizzato spesso da chi una posizione permanente pluri-garantita già ce l’ha, porta con sé intanto il coronamento di uno sforzo di anni fatti comunque di incertezze (e in Italia di sfruttamento) e poi soprattutto rappresenta un nuovo inizio, la possibilità di costruire qualcosa che non sarà smontato il giorno dopo. Questo in Italia come in America. Ho usato l’episodio di una famosa sit-com americana come esempio indipendente perché se non altro dà la sensazione di quanto anche all’estero sia considerato normale, non retrò, cercare delle solide basi per una progettualità futura.

Alla fine ovviamente i personaggi riescono solo a mettersi in imbarazzo ma, dato che siamo in America e loro sono molto bravi, la commissione li posiziona comunque al top della graduatoria da cui saranno pescati, previa verifica finale, i nuovi tempi indeterminati.

E ora veniamo all’INGV. Dopo 16 anni di precariato e 7 di dura lotta per l’Ente in cui lavoro, per la Ricerca in generale e per il mio posto di lavoro e il diritto ad essere assunto, acquisito nel 2006 e mai rispettato,  … il 31/12/2014 il mio contratto a T.D. è stato convertito in T.I grazie all’aumento di dotazione organica di 200 unità dato all’INGV dalla Legge 128/2013, voluta dall’ex Ministro della Pubblica Istruzione e della Ricerca Maria Chiara Carrozza. Sono uno dei primi 52 neo-assunti.

Purtroppo i 200 posti, pur essendo il massimo che l’ex Ministro è riuscita ad ottenere, non coprono comunque tutto il precariato ultra-quinquennale dell’Ente. Questo per colpa di una politica sorda che non ha voluto aumentare la dotazione organica dell’Ente anni fa, quando era il momento di farlo, lasciando che la situazione del precariato INGV arrivasse a un punto di non ritorno.

Per anni ho testimoniato, insieme ai miei colleghi, a volte con rabbia, la situazione paradossale della Ricerca in Italia e della condizione dei precari degli Enti Pubblici di Ricerca e in particolare dell’INGV. Oggi finalmente mi trovo a testimoniare cosa significhi essere passato a tempo indeterminato.

Posso dire che abbiamo sempre avuto ragione quando urlavamo nelle piazze o parlavamo in TV o coi giornalisti, che avere un contratto a tempo indeterminato fa una gran differenza dentro, nel modo di progettare non solo il futuro come persone, ma anche il futuro lavorativo, le direzioni della propria ricerca, gli obiettivi. Si vive in modo diverso anche il servizio di monitoraggio h24 o la reperibilità per il pronto intervento. Alla passione che ci ha dato forza in questi anni si affianca una certa maggiore serenità.

Credo di poter dire che lo stato d’animo con cui lavoro oggi sia paragonabile, come energia, capacità di concentrazione e produttività, solo al periodo del PhD (il dottorato), quando realmente si inizia a sentirsi ricercatori. Ho sulle spalle sedici anni di precariato, ma gli ultimi 7, dal settembre 2008 anno d’inizio delle lotte per la sopravvivenza del posto di lavoro ma anche per la difesa della ricerca, sono stati particolarmente pesanti. Come dipendenti dell’INGV sono stati anche più pesanti che come ricercatori in generale. Eppure tutti abbiamo tenuto duro, portato avanti la produzione scientifica e le infrastrutture dell’Ente, nonostante anche le tante tempeste interne.

Per me questo lungo periodo era quasi culminato con la decisione di andare all’estero, cosa che alcuni colleghi hanno già fatto. L’assunzione è arrivata appena in tempo.

Quello che mi auguro adesso quindi è che il percorso dell’immissione in ruolo dei miei colleghi sia rapido e rispettoso del livello qualitativo che tutti noi abbiamo dato alla Ricerca geofisica italiana nel mondo col nostro lavoro e del servizio prestato all’INGV e quindi al Paese, avendo già dimostrato sul campo le qualità necessarie all’assunzione.

Credo che il passaggio a tempo indeterminato dei precari dell’INGV aumenterà molto le potenzialità di un Ente che già è all’avanguardia nel suo campo e di sicuro cambierà molto e in meglio il modo di lavorare e l’aria che si respira qui dentro che, come del resto in gran parte del mondo del lavoro italiano, si è fatta nel tempo davvero pesante.

Raffaele Di Stefano

L’8 novembre è stata una giornata importante per tutto il pubblico impiego ma è stata anche una giornata particolare per noi precari INGV. Quando la Flc-CGIL ha proposto alla nostra collega Maria Grazia di fare un intervento al comizio finale della manifestazione non avevamo, e forse nemmeno lei, ben chiara la portata della cosa: che avrebbe parlato davanti a 100.000 persone.

Nonostante le recenti manifestazioni, che avevano già portato in piazza molte persone, le strade si sono riempite di nuovo e Sabato di gente ce n’era e tanta.

I lavoratori sono sfiniti da anni di “mazzate” ma, nonostante ciò, continuano a mobilitarsi in difesa dei propri diritti e per un Paese diverso. 

Anche noi precari INGV siamo stremati ma non ci fermiamo e là, su quel palco a Piazza del Popolo, davanti a tutti quei lavoratori e a tutte quelle lavoratrici, c’eravamo tutti, con la nostra quanto mai grottesca storia, tristemente emblematica di come la ricerca viene trattata in questo paese. L’energia che aleggiava era indescrivibile, da togliere il fiato, e tutte quelle persone che ascoltavano attente erano emozionanti e commoventi.

Ecco il testo dell’intervento di Maria Grazia, per chi non ha potuto esserci.

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Sono anch’io una lavoratrice del pubblico impiego. Sono una ricercatrice dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, un Ente Pubblico di Ricerca.

Purtroppo la definizione non è completa, per esserlo dovrei aggiungere un aggettivo e dire ‘ricercatrice precaria’.

Fino a una decina di anni fa non era una definizione molto nota, né ricercatrice né tanto meno precaria, ora sono diventate parole di uso comune, soprattutto la seconda.

Io sono quindi una ricercatrice precaria dell’Ingv, sono una sismologa, mi occupo di terremoti.

Precario, all’Ingv come negli altri EPR, non è sinonimo di giovane inesperto; in molti casi vuol dire ricercatore di fama internazionale, di personale altamente qualificato, professionisti in grado di analizzare un fenomeno complesso e pericoloso come è per esempio il terremoto, ricercatori che hanno le stesse responsabilità dei colleghi a tempo indeterminato e svolgono mansioni del tutto equivalenti: garantendo per esempio il monitoraggio sismico e vulcanico del territorio nazionale.

La storia di noi precari dell’Ingv è una storia davvero assurda e l’incredibile è che non finisce mai di stupire neanche noi, attori decisamente involontari.

Inizia nel 2007 e ancora non è finita: inizia quando maturiamo per legge il diritto a essere assunti, si chiama Stabilizzazione, ma non veniamo assunti e siamo ancora precari.

È una storia che prosegue negli anni che scorrono via tra governi davvero indimenticabili che tagliano i fondi ordinari, riducono i posti in pianta organica, bloccano il turn-over.

In tutto questo ovviamente i terremoti non si fermano e i contratti scadono.

Ricordo qui solo il terremoto del 2009 a L’Aquila: la notte del 6 aprile, a pochissime ore dall’evento, quattro ricercatori dell’Ingv partirono con la rete sismica mobile per andare a L’Aquila: tre di loro erano -e sono ancora- precari.

E non si può non ricordare, in tutto questo marasma, la scadenza, annuale, umiliante, puntuale ed estenuante dei nostri contratti.

Nel 2013 la prima grande vittoria: la legge 128 assegna all’Ingv 200 posti che, sia chiaro, sono posti ottenuti da NOI, dai lavoratori, supportati dal sindacato certo, ma tirati fuori con le unghie, con le nostre iniziative, con le nostre energie, in un contesto sociale quanto mai difficile e complicato. 200 assunzioni che non risolvono completamente il problema del precariato all’Ingv, noi siamo molti di più, ma che sono sempre un traguardo quasi insperato eppure, incredibile ma vero, nel 2014 anno in cui potevano partire le prime 40 assunzioni, ancora, a oggi, NESSUNO è stato assunto e tutto è fermo.

200 posti sono un bel tesoro e infatti parte la sciagurata spartizione del bottino da parte di chi ha purtroppo il diritto di decidere, dirigenti poco illuminati con la totale incapacità di andare oltre il proprio io, con l’inadeguatezza del ruolo che occupano e la non volontà di lavorare per un bene comune e quindi tutto è bloccato e impantanato.

Storie da raccontare, lo sappiamo tutti, ce ne sono infinite, ognuno ha la sua, storie diverse ma con una radice comune: la totale mancanza di rispetto di chi ci governa nei confronti di chi lavora, di chi s’impegna, di chi offre a questo paese passione, competenza e professionalità.

Ma il nostro è un caso emblematico anche per un’altra ragione. Noi ci occupiamo di terremoti, vulcani, ambiente. Tra tutte le catastrofi naturali che si abbattono sul nostro Paese, sono i terremoti a causare i danni più ingenti e il maggior numero di vittime.

In questa nazione quindi dove il rischio sismico e vulcanico è così elevato, in questo paese dove alcuni episodi particolarmente drammatici hanno messo in evidenza il fragile equilibrio tra lo sfruttamento delle risorse naturali e la cura del territorio, qui, si sceglie colpevolmente di non parlare di prevenzione, qui si decide di lasciare una generazione di ricercatori nel limbo del precariato, si decide di non investire in Ricerca e Sviluppo.

Tutto ciò denota un’altra grave e colpevole mancanza di rispetto, verso il paese, verso l’ambiente, verso l’incolumità delle persone facendo emergere l’incomprensibile ostacolo all’avanzamento della Conoscenza. I tagli continui che il settore ha subito negli ultimi anni hanno avuto pesantissime conseguenze: hanno scoraggiato chi voleva dedicare la propria vita lavorativa alla ricerca spingendolo in alcuni casi a emigrare all’estero, hanno creato un ingente numero di precari tra chi ha deciso di restare in Italia, hanno rallentato lo sviluppo e sbarrato la strada a une delle poche possibilità di ripresa economica di questa nazione.

Noi, la mia generazione, siamo il passaggio dalla crescita, alla crisi. Davanti a noi le nuove generazioni, alle quali blocchiamo il cammino non permettendo un importantissimo ricambio generazionale, togliendo vivacità e freschezza alla ricerca stessa. Una ricerca che dovrebbe essere libera, svincolata da esigenze politiche e di mercato. I Costituenti garantirono il concetto dell’autonomia della ricerca precisando non solo che «l’arte e la scienza sono libere» ma che «libero ne è l’insegnamento» escludendo di fatto l’imposizione e le restrizioni al lavoro dei ricercatori, impedendone forme di condizionamento e finalizzazioni politiche o ideologiche, ma il precariato cos’è se non una pesantissima forma di condizionamento?

La mia generazione ci ha creduto, ma il precariato ha infranto sogni e sgretolato speranze.

Noi però continuiamo a lottare per i nostri diritti e per la dignità del nostro lavoro.

Io sto lottando per ottenere un futuro migliore per me, per mia figlia, perché impari a non arrendersi mai, una figlia alla quale dico sempre che studiare è importante, è importante… temo il giorno in cui verrà e mi dirà ‘sì è importante ma guardati, tu che allo studio hai dedicato la vita, guarda come non vieni apprezzata, guarda in quante difficoltà sei costretta a muoverti ogni giorno’.

E’ vero, ma continuo a lottare per cambiare le cose, per me, per lei, per il mio paese, il mio povero paese massacrato, un paese dove aumentano i profitti di pochi e diminuiscono i posti di lavoro, un paese che deve capire che un modo per rialzarsi è investire in noi, nella ricerca, nell’innovazione, nei nostri pensieri, nelle nostre idee.

Così, forse, un paese si risolleverà e noi potremo, forse, riappropriarci dei nostri sogni.

I Governi in questi anni si sono accaniti contro noi lavoratori del pubblico impiego, tutti, dalla sanità alla conoscenza (geofisica, nutrizione, politiche del lavoro, ambiente), ma tutti noi continuiamo nelle nostre mobilitazioni e continueremo ancora, se necessario, fino allo sciopero generale. Noi siamo pronti.”

Maria Grazia Ciaccio, ricercatrice precaria.

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Manifestazione unitaria nazionale del pubblico impiego(p.s. ringrazio chi c’era e chi da sempre condivide con me questa lotta infinita)

Ieri, 5 maggio, il Gabinetto del MIUR ha inviato al Presidente dell’INGV, Prof. Stefano Gresta, il Decreto Ministeriale attuativo della L. 128/2013,  Art. 24, articolo fortemente voluto dell’ex Ministro Maria Chiara Carrozza.

Il D.M. autorizza l’aumento della dotazione organica per l’INGV di 200 posti in 5 anni e l’avvio delle procedure di immissione in ruolo del personale precario.

Questo passaggio segna la fine di 7 anni e 6 mesi di attesa, da quando l’INGV nel 2008 è rimasto l’unico Ente Pubblico a non aver usufruito del processo di stabilizzazione voluto dal governo Prodi per far fronte al dilagante problema del precariato.

Ora i lavoratori INGV, ed in particolare il “precariato storico”, possono guardare al futuro con una nuova prospettiva. E questo è un bene per tutti, perché la preparazione scientifica delle persone coinvolte e il loro impegno costituisce una risorsa fondamentale per la tutela del territorio e per il prestigio scientifico dell’Italia nel mondo.

Cinque anni per completare questo percorso non sono pochi, ma è comunque un buon inizio.

E’ stata, la nostra, un’attesa lunga, snervante e carica di senso di impotenza di fronte al prolungarsi di una situazione ingiustificabile, non solo dal punto di vista dei lavoratori precari, ma da quello dell’investimento fatto per la loro formazione e per la tutela del territorio. L’INGV è punta di diamante al livello mondiale nell’ambito delle scienze della Terra e questo grazie, principalmente, alla produttività e all’entusiasmo del personale non di ruolo, da quasi vent’anni.

Non è questo il momento dei ringraziamenti, ma il personale a tempo determinato INGV sa chi sono stati i promotori di questa iniziativa e ne renderà merito, così come l’Art. 24 della L. 128/2013 rende merito del loro costante impegno per il Paese.

Leggi la notizia ANSA.

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[…] coda timbro firma passa 
burocrazia 
l’Italia si squaglia come 
burro e pazzia […]

[…] tutti pronti per la partenza 
ma da anni è una finta partenza […]

Così canta Fabri Fibra in “Pronti, partenza, via!” e sembra la storia del precariato INGV.

A Novembre 2013 il MIUR avrebbe dovuto emettere un Decreto Ministeriale per autorizzare l’aumento di dotazione organica imposto dalla L. 128/2013 approvata dal parlamento a guida Letta e dal MIUR a guida Carrozza. A sei mesi di distanza ancora non si ha traccia di questo semplicissimo DM. Unica notizia è che sia arenato al Ministero dell’Economia e Finanze. Non se ne capiscono le ragioni e francamente alla luce della minaccia di ulteriori tagli ai fondi per la ricerca (ora, sembra, rientrata) siamo molto preoccupati di essere di fronte all’ennesima falsa partenza, l’ennesima beffa che riterremmo assolutamente insopportabile.

La FLC-CGIL ha inviato ieri al MEF una richiesta di spiegazioni e un sollecito che di seguito riportiamo.

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C’è un abisso fra la situazione dei precari dell’INGV alla fine del 2012 e l’attuale.

A nostro favore abbiamo la Legge 128/2013 che autorizza l’INGV ad assumere 200 precari in 5 anni, le operazioni di bilancio necessarie a coprire questa operazione, la legge 125/2013 (che riguarda tutti i precari della P.A.) che detta le regole per le assunzioni e infine l’antica quando viva Legge di Stabilizzazione 296/2006 richiamata a più riprese proprio dalla legislazione recente.

Contro abbiamo il fatto che nonostante le proroghe dei contratti potrebbero, a norma di legge, portare la data del 2018 (fatta salva la disponibilità di fondi e legislazioni alternative, tanto per rassicurare pavidi dirigenti di P.A.) si dice che le proroghe l’INGV le farà, tanto per cambiare, con scadenza annuale. Altro aspetto negativo e poco rassicurante: il provvedimento è spalmato su 5 anni e in un Paese come l’Italia, con un cambio di governo a ogni angolo, non è il massimo. Infine, i posti sono 200 e i precari poco meno di 300.

Comunque dopo 5 anni di dure battaglie per la Ricerca in Italia e per la sopravvivenza dell’Ente e del nostro posto di lavoro, abituati a capodanni travagliati e ricchi di ansie vogliamo sfruttare questa situazione relativamente ricca di speranze, almeno per molti di noi, per chiudere l’anno con degli auguri.

  • Auguriamo all’Italia di diventare presto un Paese che invece di usare 8€ su 10 per riparare i danni (quelli riparabili) dei disastri ambientali (terremoti inclusi) e solo due per prevenirli inverta il rapporto. Perché farlo è non solo possibile ma segno di una maturità civile che l’Italia ancora non ha. Sono anni che lo ripetiamo, sono anni che l’INGV si adopera per questo rimanendo inascoltato.
  • Ci auguriamo che “presto” significhi prima del prossimo terremoto forte. Che comunque ci sarà. Della prossima alluvione, che comunque ci sarà. Come disse il Professor Enzo Boschi, ex Presidente dell’INGV, in uno dei suoi molti tentativi di aprire gli occhi a politici e cittadini, “Non aspettiamo il prossimo terremoto”.
  • Ci auguriamo che i ricercatori smettano di essere i capri espiatori delle colpe di un Paese ignavo, perché in questo momento (non solo i geofisici) lo sono. Osannati per finta e bastonati davvero.
  • Ci auguriamo di non dover sentire ancora a lungo la vuota retorica sulla Ricerca in Italia, soprattuto da parte di politici che fino a oggi nei fatti la Ricerca l’hanno affossata. Quella retorica fatta di “rientro dei cervelli”. Potenziare davvero la Ricerca e quindi attrarre ricercatori non è difficile.
  • Ci auguriamo quindi di vedere e poter discutere e migliorare un piano decennale di investimenti in Ricerca, quindi in Sviluppo, e magari vederlo affiancato a un piano decennale per lo sviluppo industriale ed energetico.
  • Ci auguriamo di vedere realizzata quella riforma degli Enti Pubblici di Ricerca che la Rete Ricerca Pubblica e alcuni (ma non tutti) i sindacati sostengono da tempo: autonomia, potenziamento, regia unica, dirigenze a gettone. Speravamo che l’attuale Ministro potesse iniziare subito il percorso di una simile riforma e ancora lo speriamo. Nel caso speriamo di essere ascoltati anche dal prossimo ministro, che di idee ne abbiamo.
  • Ci auguriamo che sia i politici che i cittadini smettano di parlare a sproposito di merito, sull’onda di un insano qualunquismo. Che si prendano il tempo di guardare all’estero, in Paesi in cui persone competenti e meritorie occupano i posti che gli competono dando un forte impulso sia al pubblico che al privato. Paesi in cui curiosamente non esiste alcun concorso nazionale ma ‘solo’ una fortissima assunzione di responsabilità da parte di tutti e soprattutto della classe dirigente.
  • Ci auguriamo di riuscire ad aprire un serio discorso sui metodi di selezione nella P.A. e sul Concorso Nazionale, perché la maggior parte delle persone, soprattutto parlamentari ed esponenti di partito, citano l’Art. 97 della costituzione a sproposito. Speriamo che si riesca finalmente a spostare l’attenzione da quella inutile parola che è “merito” ai più sensati concetti di “risultati” e “qualità”. Almeno parliamone.

Infine: quest’anno molti nostri colleghi sono emigrati all’estero. Nella maggior parte dei casi non sarà la promessa di un’assunzione nel prossimo quinquennio a convincerli a tornare, perché la situazione attuale del Paese non è il massimo e nemmeno la credibilità e stabilità delle sue istituzioni, condizioni per credere a una promessa e caricarla sul futuro dei figli, lo sono.

Chiedendo in giro a tanti che sono andati via da anni (capita di incontrarli spesso nei convegni scientifici) abbiamo capito che “non c’è nessuno che sia all’estero che non vorrebbe tornare”. Ma poi non lo fa.

Ecco, ci auguriamo che questo “ma poi non lo fa” inverta al più presto il segno.

Noi torniamo ai turni in sala sismica e allo studio delle sequenze in atto, le più recenti delle quali sono Gubbio e Caserta.

Il 2013 rappresenta un possibile anno di svolta per l’INGV. Chi segue il nostro blog e il neonato account Twitter (@precINGV) sa che l’INGV conta oltre 300 dipendenti con contratti a tempo determinato, con picchi di anzianità che rasentano i 20 anni. Escludendo altre forme contrattuali a termine, come assegni di ricerca o incarichi di collaborazione.

Il neo-ministro del MIUR, Maria Chiara Carrozza, per la prima volta, attraversa il mare che separa le parole dai fatti (i suoi predecessori sono sempre rimasti a prendere il sole sulla riva) e decide che la piaga del precariato INGV va affrontata. L’Art. 24 di un decreto del MIUR, il DL 104, diventato la legge dello Stato 128/2013 pochi giorni fa, prevede l’assunzione di 200 unità di personale in cinque anni.

Un gesto in controtendenza rispetto al clima di austerity che interessa la Pubblica Amministrazione, ma ritenuto da molti quasi un “atto dovuto”. La difesa del territorio, coniugata all’INGV dal binomio ricerca e monitoraggio (si pensi a quello sismico e vulcanico h24), non può essere lasciata alla deriva privando sismologi, vulcanologi ed esperti di ambiente, supportati da tecnici e amministrativi, di una prospettiva stabile. Una mancanza di prospettiva che ha dato i volti e i nomi dei nostri colleghi a quella vergogna del Bel Paese nota come “fuga dei cervelli”, il nuovo fiore all’occhiello del Made in Italy.

Chi conosce il settore, infatti, sa che il vero spreco di denaro non è la stabilizzazione di uno scienziato, ma la sua perdita dopo una formazione professionale costata allo Stato centinaia di migliaia di euro e che centri di eccellenza mondiale sono ben pronti a riscattare a parametro zero.

Il problema del precariato INGV non verrà risolto completamente, ma questa fase segna l’inizio di un’inversione di tendenza. E siamo altrettanto convinti che il personale a tempo determinato dell’INGV saprà affrontare la situazione con grande maturità, la stessa mostrata in situazioni ben più drammatiche; nel 2009, all’alba del terremoto de L’Aquila, il personale precario sospese qualsiasi forma di mobilitazione, nonostante le imminenti scadenze contrattuali, per dedicarsi senza vincoli di tempo all’emergenza sismica.

In attesa di leggere la circolare della Funzione Pubblica che fornirà dettagli sull’applicazione della legge 125/2013, riguardante il superamento del precariato nella P.A. e le norme di reclutamento speciale, manifestiamo apprezzamento per la posizione espressa dal MIUR dove, in un incontro che una delegazione di ricercatori precari ha avuto il 6 novembre presso l’ufficio di Gabinetto del Ministro, è stato ribadito che non è stata data, né verrà data alcuna indicazione aggiuntiva sulle modalità di espletamento delle procedure di cui all’Art. 24 della L. 128/2013.

Peraltro l’esistenza presso l’INGV di graduatorie valide ai fini degli scorrimenti e la necessità di contenimento della spesa pubblica sono due dati di fatto che convergono nel superamento di una condizione il cui peso è stato sopportato, finora, esclusivamente dal personale non di ruolo dell’INGV.

Dopo tanti anni di difficoltà, un provvedimento efficace per sanare il precariato INGV e il giusto rispetto per l’autonomia deli enti di ricerca. Un new deal che speriamo restituisca dignità alla ricerca pubblica e, più in particolare, a chi dedica la propria vita alla difesa del territorio e alla tutela della popolazione.