Archivio per aprile, 2013

Fare ricerca in ambito pubblico e poter contare su un sistema di formazione e tutela delle professionalità scientifiche sta diventando una chimera. Anche il solo parlarne sembra quasi di cattivo gusto, perché implica dei costi in un momento in cui la spesa pubblica è stigmatizzata. Ma sotto il termine “costo” si celano tanto sprechi quanto investimenti.

La ricerca pubblica è un investimento, soprattutto quella sismologica, vulcanologica ed ambientale in un territorio devastato da disastri naturali o causati dall’uomo. Fisici, geologi, ingegneri, informatici, personale tecnico ed amministrativo costituiscono un inestimabile patrimonio di professionalità al servizio dello Stato. Quasi 400 lavoratori dell’INGV, tuttavia, sono a tempo determinato, così determinato da sfiorare in alcuni casi i 20 anni. Anni fatti di ricerca, di esperienze all’estero, di pubblicazioni, di strumentazione del territorio, di monitoraggio, di supporto vitale per la Protezione Civile, di divulgazione alle scuole e alla popolazione. Anni in cui si è cercato, soprattutto con l’impegno dell’ex-presidente Enzo Boschi, di tutelare queste professionalità facendo scudo ai tentativi di sottrazione di risorse da parte di Bertolaso, alle umiliazioni imposte dagli indegni ministri Gelmini e Brunetta, agli attacchi strumentali che hanno seguito il terremoto de L’Aquila del 2009, alle riforme del lavoro della commossa Prof.ssa Fornero.

La tutela dei precari si basava sul riconoscimento del loro ruolo indispensabile nelle attività istituzionali dell’ente, nella Ricerca, nel monitoraggio e nel servizio. Passa la legge di stabilizzazione, ma l’INGV non riesce a consolidare le professionalità perché la sua dotazione organica non lo permette: è troppo sottodimensionata rispetto alle attività previste. I numerosi ordini del giorno che impegnano Camera e Senato a “risolvere il problema INGV” assumono negli anni il sapore della beffa che accompagna il danno della mancata stabilizzazione. Ma si cerca di salvare il funzionamento dell’ente accogliendo il personale precario sui cosiddetti “fondi ordinari”, quelli finanziati dal ministero. Poca cosa rispetto ad un inserimento in ruolo, ma almeno un segno concreto del fatto che l’INGV sa far fronte “come un sol uomo” alle congiunture negative.

Ma la musica cambia. Arriva, nel 2012, un nuovo presidente (il Prof. Stefano Gresta) che segue la fugace comparsata del Prof. Domenico Giardini, 100 giorni sullo scranno più alto per poi defilarsi nel Consiglio d’Amministrazione dell’ente, la vera cabina di regia per di più sufficientemente opaca. Più roboante è però l’arrivo del Dott. Massimo Ghilardi, Direttore Generale INGV dal settembre 2012: col suo curriculum snello percorre il tunnel gelminiano che va dal Consiglio Comunale del paese di Chiari (Brescia) a Viale Trastevere, dove lo attende la  Ministra in persona. Poi, con l’avvento al “governo dei tecnici”, anch’egli ripiega su lidi più propizi, percorrendo l’ultimo tratto di tunnel da Trastevere alla Direzione Generale dell’INGV.

E’ una musica scandita da piglio autoritario e scarsa conoscenza del mondo della Ricerca, e dell’INGV in particolare. Parte quindi una lotta contro l’inefficienza che non manca di elargire generose consulenze a società esterne (che abbiano già lavorato per il Comune di Chiari è una coincidenza? Leggete qui.), società  esperte in “ottimizzazione della produzione”, in un posto in cui la produzione è già riconosciuta ufficialmente come top mondiale (Science Watch 2008, giusto per citare l’esempio più noto).

Piglio autoritario che arriva a stracciare accordi sindacali, già siglati dai precedenti vertici e riguardanti i rinnovi del personale precario; una scelta arbitraria basata su un presupposto del tutto infondato: lo status di “stabilizzando”, ossia avente diritto al rinnovo fino ad assunzione (come previsto per legge dalla Finanziaria 2007) per qualche ragione ignota a tutti, ma non a lui, non esiste più.

Ma è proprio in base a questa presa di posizione che arriva l’ultimo “coup de théâtre”, avallato (come tutto il resto d’altronde) dal Consiglio di Amministrazione, che proietta il personale precario verso il licenziamento: un blocco di oltre  200 unità viene spostato dai fondi ordinari ai “fondi di progetto”. Fondi sempre pubblici (nazionali o europei) subordinati però a precise “mission”, spesso in rapporto con l’industria privata, mortificando e annichilendo la libertà di ricerca di professionisti che all’estero sono riconosciuti come “esperti di chiara fama”.

Questi fondi hanno altri due difetti: terminano con la fine dei progetti (e con loro, ovviamente, i contratti) e già si sa che non saranno sufficienti a tenere in servizio tutto il personale interessato.

Come in un angosciante racconto di Dino Buzzati, abbiamo dedicato una vita per essere buoni scienziati, ma gradualmente ci avviciniamo alla soglia del licenziamento: dicembre 2013. Purtroppo non si tratta di una storia inventata.

Il paragone con gli Esodati può sembrare fuori luogo ma nel caso dei lavoratori precari (della ricerca o meno e dell’INGV o di altri Enti) è doppiamente adatto.

Primo perché quando un lavoratore a tempo determinato arriva a età superiori ai 40 anni e si ritrova con un contratto in scadenza e poche o nessuna prospettiva, di fatto si ritrova pronto a uscire dal mondo del lavoro per sostanzialmente restarne fuori, in attesa del pensionamento. E questo fa di lui un Esodato. Con l’aggravante che essendo stato precario quasi sempre sottopagato, non avrà nemmeno la pensione.

Secondo perché questa condizione, soprattutto nel caso di ricercatori, comporta spesso la ricerca di una via di fuga per la salvezza verso l’estero. Sostanzialmente un ESODO!

Le proporzioni di questo esodo dall’Italia stanno lentamente aumentando e l’INGV da circa un anno, da quando cioè la situazione dell’Ente si è involuta, ha iniziato ad accelerare in questo senso.

Questa che Vanity Fair ha voluto raccontare è una delle storie di cui avevamo accennato in un post precedente.

Buona lettura … e al prossimo addio.

Vanity