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Il sistema della ricerca in Italia dovrebbe andare verso una “burocrazia” il più possibile internazionale. Uno dei punti in questa direzione è l’abolizione della prova scritta nei concorsi pubblici, come criterio per la valutazione dei candidati. Nei paesi del mondo in cui la ricerca è veramente valorizzata, si valutano i titoli, la produttività, le esperienze (in pratica il curriculum vitae) e si usa un colloquio come elemento finale per scegliere le persone.

In questo senso il 9 gennaio 2009 è stata pubblicata in Gazzetta Ufficiale la conversione in legge di un decreto recante disposizioni urgenti per il diritto allo studio, la valorizzazione del merito e la qualità del sistema universitario e della ricerca; l’Art. 1, Comma 7 della L. 1/09 dice:

Art. 1.

Disposizioni per il reclutamento nelle università e per gli enti di ricerca

[…]

  1. Nelle procedure di valutazione comparativa per il reclutamento dei ricercatori bandite successivamente alla data di entrata in vigore del presente decreto, la valutazione comparativa è effettuata sulla base dei titoli, illustrati e discussi davanti alla commissione, e delle pubblicazioni dei candidati, ivi compresa la tesi di dottorato, utilizzando parametri, riconosciuti anche in ambito internazionale, individuati con apposito decreto del Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca, avente natura non regolamentare, da adottare entro 30 giorni dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto, sentito il Consiglio universitario nazionale.

Gli interessati possono trovare il testo completo qui: http://www.camera.it/parlam/leggi/09001l.htm.

Non ci sono dubbi su obiettivo della legge, contenuti e soprattutto destinatari. Inoltre è evidente che i criteri validi per Università ed EPR prevedono solo la consultazione del Consiglio Universitario Nazionale.

L’apposito decreto (http://attiministeriali.miur.it/anno-2009/luglio/dm-28072009-n-89.aspx) che il MIUR avrebbe dovuto emanare entro i primi di febbraio 2009, oltre ad arrivare con 6 mesi di ritardo esordisce così “La valutazione dei titoli e della pubblicazioni scientifiche dei candidati nelle procedure di valutazione comparativa per il reclutamento dei ricercatori universitari […]”.

Universitari? Un aggettivo di troppo, assente nel testo di legge, che sembrerebbe discriminare senza ragione i ricercatori degli EPR, poiché i parametri individuati si applicano perfettamente anche agli Enti Pubblici di Ricerca. D’altronde le carriere scientifiche nei due ambiti sono parallele: “Ricercatore-Associato-Ordinario” all’Università e “Ricercatore-Primo ricercatore-Dirigente di ricerca” presso gli EPR, con allineamento anche economico.

In un altro Paese, a fronte di questa incongruenza con la legge, sarebbe immediatamente seguìto un chiarimento, tramite nota o circolare, a specificare che il decreto riguarda anche agli EPR come previsto dalla legge. Questo non è avvenuto, contribuendo a generare l’idea che “manchi un decreto applicativo”.

Rischiamo quindi il paradosso per cui l’assenza di un ipotetico decreto applicativo sia interpretata come un esplicito divieto allo svolgimento di concorsi per soli titoli e colloquio.

Ora immaginate che l’amministrazione di un EPR sia nelle condizioni di avviare procedure concorsuali e immaginate che voglia scrivere un bando che non preveda prove scritte. In sintesi, immaginate che le cose funzionino come all’estero, dove si sa bene che sprecare tempo e soldi per fare scritti non serve a migliorare la valutazione del merito.

Ebbene, quale norma violerebbe quest’amministrazione? La L. 1/09, che esiste e prevede concorsi per titoli e colloquio anche presso gli EPR, oppure un fantomatico quanto inutile ulteriore decreto applicativo?

Riteniamo si tratti di una palese inconsistenza normativa, che alimenta solo ambiguità, perdita di tempo e di denaro pubblico; tutti ricercatori vanno valutati secondo standard internazionali come previsto dal decreto e dalla carta europea dei ricercatori: invitiamo gli EPR ad agire di conseguenza.

L’Italia è una Repubblica Parlamentare. Ci hanno insegnato a dimenticarlo.

A sentir parlare i parlamentari c’è da preoccuparsi ben oltre la crisi economica. Sembrano digiuni degli elementi principali della costituzione di una Democrazia Parlamentare quale quella Italiana.

Per nulla rassicurante sentirli parlare solo della sopravvivenza del governo e delle conseguenze dei problemi di Berlusconi sulla vita di … Berlusconi.

Sarebbe interessante e importante e probabilmente più rassicurante sentirli parlare della sopravvivenza dei provvedimenti, come Disegni di Legge e Decreti Legge, e magari dei miglioramenti che potrebbero esservi apportati.

E il malcapitato ascoltatore si fa così l’idea che se il Governo dovesse cadere il Parlamento, per regola, debba cadere con lui, non possa quindi più fare il suo dovere di occuparsi dei problemi dei molti e non perennemente di quelli di uno.

E allora dopo aver studiato Terremoti, Vulcani e quant’altro, dopo aver studiato leggi e decreti e norme varie eccoci qui a spiegare a chiunque  sia interessato la … Costituzione Italiana.

Punto 1: quando il Governo non ha più la fiducia della maggioranza del Parlamento, cade. Ma le Camere restano operative con pieni poteri. Questo lo sanno tutti … forse. Il Capo dello stato non è costretto a sciogliere le Camere che possono continuare a fare il loro dovere e che, in un Paese retto da Politici che lavorano per il popolo e non per la loro poltrona, possono fare tutto quello che facevano prima. Il Governo è dimissionario e opera per l’ordinaria amministrazione e poi cede il passo al nuovo.

Fin qui …

Punto 2: Esercizio delle principali funzioni parlamentari durante il periodo che intercorre tra lo scioglimento delle Camere

Cosa succede se il Presidente Napolitano in assenza di una qualunque nuova maggioranza fosse costretto a sciogliere anche le Camere e a fissare la data di nuove elezioni?

Tutti sembrano convinti che il Parlamento non possa più fare nulla e che per cause di forza maggiore tutti i provvedimenti in fase di analisi, come i DL in via di conversione in Legge, siano immancabilmente destinati a svanire nel nulla, a decadere.

NON E’ COSI’.

Articolo 61

Le elezioni delle nuove Camere hanno luogo entro settanta giorni dalla fine delle precedenti. La prima riunione ha luogo non oltre il ventesimo giorno dalle elezioni.

Finché non siano riunite le nuove Camere sono prorogati i poteri delle precedenti.

Un altro Articolo è molto interessante

Articolo 77

Il Governo non può, senza delegazione delle Camere, emanare decreti che abbiano valore di legge ordinaria.

Quando, in casi straordinari di necessità e d’urgenza, il Governo adotta, sotto la sua responsabilità, provvedimenti provvisori con forza di legge, deve il giorno stesso presentarli per la conversione alle Camere che, anche se sciolte, sono appositamente convocate e si riuniscono entro cinque giorni.

I decreti perdono efficacia sin dall’inizio, se non sono convertiti in legge entro sessanta giorni dalla loro pubblicazione.

Le Camere possono tuttavia regolare con legge i rapporti giuridici sorti sulla base dei decreti non convertiti.

Riassumendo:

Se Cade il Governo i Decreti Legge possono essere convertiti in Legge lo stesso perché le Camere sono attive

Se Cade il Governo e il Presidente scioglie le Camere i Decreti Legge possono essere convertiti in Legge perché le Camere, in regime di proroga per almeno 65 giorni fino a massimo 90 (elezioni incluse) hanno pieni poteri salvo l’elezione del nuovo Presidente della Repubblica.

Infine una nota per i dirigenti amministrativi interessati dai DL 101 e 104: l’Art. 77 comma 4 dice addirittura che anche qualora siano nati rapporti giuridici sulla base di DL NON convertiti le Camere anche sciolte possono regolarli con legge.

Il destino di molti Italiani e in particolare di molti precari fra gli Italiani (e fra questi il nostro) è legato ai Decreti Legge in esame prima della Crisi di Governo: NON ESISTONO IMPEDIMENTI COSTITUZIONALI per la conversione in Legge, anzi la Costituzione ci tutela.

Se questo non avverrà sarà per una precisa e sciagurata scelta dei parlamentari e non per cause di forza maggiore.

Non è da tutti lasciare un Ministro senza parole, in un Paese in cui parlano tutti anche quando non hanno nulla da dire.

Noi ci siamo riusciti pare.

Ironia a parte, in data 8 Febbraio 2012 i precari dell’INGV hanno inviato al Ministro Francesco Profumo, reggente del nostro ministero vigilante (il MIUR) una lettera (leggi qui il PDF) contente una dettagliata descrizione della situazione del precariato all’INGV e un forte appello per la soluzione di quella che ormai è una patologia presso il nostro Istituto. Con la lettera chiedevamo comunque un incontro al Ministro, ex presidente del CNR.

Ad oggi non abbiamo ricevuto assolutamente alcuna risposta.

Sa che esistiamo? Non sa che esistiamo? Ci riceverà? Non ci riceverà?

Non abbiamo perso la speranza che ciò avvenga e soprattutto di arrivare alla fine di questa assurda vicenda che vede l’INGV come ultimo Ente del comparto Ricerca con una dotazione organica che rappresenta solo la metà del personale che realmente ci lavora e con circa 200, fra i precari, che hanno (incredibile ma vero) dal 2007 il diritto all’assunzione sancito da una legge dello stato.

Forse è stato questo che ha lasciato il Ministro senza parole? L’Ente che svolge un ruolo fondamentale per la difesa della popolazione da fenomeni naturali come terremoti o eruzioni vulcaniche, ha il 40% del personale precario? E la maggior parte di questi lavoratori ha il diritto a essere assunto??

Ministro, trovi le parole e ci riceva.

Il nostro è sempre più uno stato di agitazione …

Nel bene o nel male il 2012 sarà l’anno del contratto (parafrasando il famoso film). I contratti di almeno 200 dipendenti a tempo determinato che lavorano all’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV), infatti, scadranno, dopo anni e anni di onorato servizio, il 31 dicembre 2012.

Dopo la triste e difficile parentesi Berlusconiana, finalmente un governo si accinge ad affrontare di nuovo la riforma ormai imprescindibile del mondo del lavoro mettendo in primo piano il nodo essenziale del precariato.

Noi su questo abbiamo molto da dire. Prima però dobbiamo puntualizzare una cosa: quanto riportiamo in questo post lo diciamo da almeno 4 anni sia all’interno del nostro Istituto che alle istituzioni. Per questo adesso pretendiamo quell’attenzione che non abbiamo avuto prima, quando non si era ancora arrivati all’immancabile “emergenza”.

Il 13 Aprile 2007, con un documento interno consegnato alla nostra dirigenza noi dicevamo:
[è necessario] garantire che la tipologia di contratto con cui si stabilisce un rapporto di lavoro non si basi sulla disponibilità economica del tutore scientifico, ma venga modulata in base all’effettiva esperienza, capacità e professionalità della nuova risorsa, evitando così discriminazioni fra precari dello stesso livello professionale non fondate su criteri oggettivi
[è necessario] garantire una successione di forme contrattuali che prevedano un’adeguata progressione retributiva

L’anno dopo, il 23 Aprile 2008 con un documento chiamato “Superamento del Precariato” dicevamo:
L’Ente deve inibire esplicitamente il prolungato abuso di forme contrattuali atipiche, dando indicazione ai titolari di fondi sui progetti di rispettare una progressione contrattuale: dottorato (per i ricercatori), borsa post-doc e, in caso di protrarsi del rapporto lavorativo, contratto a Tempo Determinato., assunzione a Tempo Indeterminato.

Nel corso del 2011 poi attraverso altri canali e insieme ad altri precari si è arrivati a denunciare uno degli aspetti più deleteri della precarietà endemica: il mancato ricambio generazionale ai livelli dirigenziali, con conseguenze gravissime sul futuro della ricerca e dello sviluppo del Paese. Obbligare i lavoratori a vivere in uno stato di precarietà permanente fino a 40 e addirittura fino ai 50 anni sta distruggendo un Paese che ha bisogno di innovazione, di energie fresche e di dinamicità essendo invece prigioniero di una classe dirigente vetusta nell’anima quando non clientelare.

A proposito di mancate stabilizzazioni e di “trappola” del precariato, vorremmo ricordare la difficilissima situazione presente da noi, all’INGV. L’ente pubblico di ricerca ‘INGV’ rappresenta infatti, in questo momento, la sommatoria di tutti questi disastri, con la dotazione organica bloccata e il turn-over inesistente, fattori che hanno appunto intrappolato 400 precari: 200 di questi precari vivono in una sorta di limbo essendogli stata impedito l’accesso alle liste di stabilizzazione e, se la situazione non si sblocca, resteranno per sempre ai margini del mondo del lavoro dietro una massa di altri precari, i restanti 200, che, pur essendo in lista di stabilizzazione, NON sono stati stabilizzati, 35-45enni che oggi dovrebbero invece essere pronti a dirigerla la ricerca non a inseguirla faticosamente.

Adesso finalmente il governo Monti apre sul problema precariato e lo fa ipotizzando di “togliere di mezzo tutti i contratti atipici e di sostituirli con un’unica forma di ingresso al lavoro, valida per i nuovi assunti”. Inoltre l’articolo del Corrieredice che “sono intenzionati a disboscare questa giungla che determina incertezza dei percorsi professionali, allontana la stabilizzazione dei rapporti di lavoro, provoca un alto contenzioso davanti ai giudici.”Questa nuova fase sembra concreta perché a differenza di quanto fatto dal precedente governo, quello attuale ha già iniziato a dialogare con le parti sociali [–>]

Dato che noi siamo stati molto lungimiranti sarebbe il caso che oggi, prima di riformare per l’ennesima volta, il governo prestasse un po’ di orecchio a questi “umili” precari prima di fare nuove e ulteriori idiozie.

Il contributo che oggi possiamo dare alla trattativa sulla riforma del mondo del lavoro è questo:

prima di tutto DEVONO essere abolite le due leggi vergogna che regolano il lavoro in Italia: la legge Treu e la legge Biagi/Sacconi. Queste due scatole normative sono la causa principale della totale precarizzazione e della sistematicità dello sfruttamento a cui ha portato. A causa di queste due leggi, la richiesta di flessibilità (una certa percentuale di mobilità+tutele) partita anni fa dall’Europa, giusta o sbagliata che fosse, si è trasformata in Italia in precarietà (percentuali di lavoro a tempo determinato ormai a livelli da pestilenza e nessuna tutela)

Le nuove regole devono essere quindi riscritte da ZERO.

Non si può mettere mano all’ennesima riforma, senza partire da zero come non si può stuccare un muro fradicio e sperare che non esca la muffa!!

Questo è un messaggio al governo ma anche ai sindacati.

Resteremo inascoltati anche questa volta?

Un buon segnale da parte del governo in carica e in particolare del ministro dell’Università e della Ricerca sarebbe quello di risolvere finalmente la situazione del nostro Ente che ormai è patologica e vicina al collasso.

A due anni dal terremoto del 6 Aprile 2009, da L’Aquila i cittadini lanciano una legge di iniziativa popolare per liberare la ricostruzione della loro città dalla lente distorcente delle leggi speciali in deroga alle leggi già esistenti e riprendere il controllo del proprio futuro.

Rilanciamo volentieri la raccolta firme. Il banner di questa iniziativa resterà nella colonna di destra del nostro blog fino a raggiungimento dell’obiettivo.

Dal sito “L’Aquila Anno 1“.

La legge di iniziativa popolare nasce dalla necessità dei cittadini aquilani di gestire il post-terremoto con regole certe, previste per legge e non soggette ad ordinanze più o meno convenienti e urgenti, normalmente in deroga a leggi e norme esistenti già nella giurisprudenza italiana. [Continua a Leggere]

Dopo circa 21 anni dalla legge n. 168 del 1989 in cui veniva riconosciuto alle Università Italiane il diritto di autonomia statutaria così come espressamente richiamato dall’articolo 33 della Costituzione della Repubblica Italiana, con la legge n. 165 del 2007 (modificata in seguito con l’articolo 27 della legge n. 69 del 2009) anche per gli Enti Pubblici di Ricerca (EPR) vigilati dal Ministero dell’Università e della Ricerca, si è inteso procedere alla realizzazione di statuti autonomi, corrispondendo in tal modo al dettato costituzionale.

A questo fine il decreto legislativo n. 213 del dicembre 2009 definisce le modalità e i limiti per la realizzazione di questi statuti (di enti quali il CNR, l’INAF, l’INGV). Di fatto  questo decreto restringe i limitati margini di autonomia imposti dalla legge delega con vincoli che minano alla base la dichiarata autonomia statutaria. [Continua a leggere e firma … ]

La neo-nata Rete della Ricerca Pubblica ha pubblicato un video-spot sul futuro della ricerca dopo la finanziaria, in questo martoriato, smemorato e autolesionista Paese … che però ha ancora una speranza: la rete!

Diffondete lo spot e il blog.