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“Per sapere” è il classico formalismo di un’interrogazione parlamentare.  L’interrogazione parte di solito quando uno o più parlamentari individuano (o sono messi a conoscenza di) stranezze, inconsistenze o sospetti comportamenti illeciti su cui il governo o il parlamento possono avere voce in capitolo.
Questo post è una interrogazione da parte di dipendenti di un Ente, in particolare dello scrivente, rivolta al MIUR per … capire.

Parliamo delle modalità di svolgimento dei concorsi pubblici negli EPR.

Premesso che:
– fino al 2009 la norma di riferimento per tutta la Pubblica Amministrazione era il DPR 487/1994 che, semplicisticamente parlando, indica un massimo di 1/3 del punteggio totale ai Titoli (inclusa l’anzianità di lavoro) e 2/3 assortiti in base a decisione autonoma dell’Ente, per scritto e orale.

– verificato che di fatto gli EPR, incluso l’INGV, almeno negli ultimi 15 anni si sono avvalsi varie volte dell’Autonomia a loro concessa dal legislatore, per svolgere concorsi con ripartizioni dei punteggi diverse da quanto stabilito dal DPR del 1994 (superando anche la proporzione di 1/3 stabilita per i titoli), criteri presumibilmente (o necessariamente) approvati dal MIUR,

– preso atto che la Legge 1/2009 (legge “Gelmini”) ha un Art. 1 che si chiama “Disposizioni per il reclutamento nelle università e per gli enti di ricerca” e che tale articolo ha un comma che recita “Nelle procedure di valutazione comparativa per il reclutamento dei ricercatori bandite successivamente alla data di entrata in vigore del presente decreto, la valutazione comparativa e’ effettuata sulla base dei titoli, illustrati e discussi davanti alla commissione, e delle pubblicazioni dei candidati, ivi compresa la tesi di dottorato, utilizzando parametri, riconosciuti anche in ambito internazionale, individuati con apposito decreto del Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca, avente natura non regolamentare, da adottare entro 30 giorni dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto, sentito il Consiglio universitario nazionale.

– notato che il comma 7 summenzionato parla di “ricercatori” e non solo di “ricercatori universitari” e che per contro solo per le università cita la necessità di un DM successivo

– notato che la L 1/2009 non menziona, né abrogando né modificando né inglobando, il DPR 487 ma di fatto modificando la regola delle 3 prove concorsuali, da esso previste, introduce una fattispecie specifica per il comparto Ricerca inclusi gli Enti Pubblici di Ricerca

– ricordato che, per quanto ci è dato di sapere, a seguito di richiesta formale dell’INGV di parere sull’applicazione della L 1/2009 il MIUR ha risposto laconicamente con “non vale per gli EPR”, senza aggiungere alcuna spiegazione normativa lasciando ingiustamente oscura la materia concorsuale negli EPR

chiedo al Ministro e al Capo di Gabinetto del MIUR quanto segue:

1) se il Ministro e il Capo di Gabinetto non ritengano che la L 1/2009 VALGA per gli EPR, ai quali l’Articolo 1 é esplicitamente diretto, e che, come appare evidente allo scrivente, essa superi, per il comparto Enti di Ricerca, il precedente DPR 487/1994, rimandando all’autonomia degli EPR, previa verifica di compatibilità normativa (o qualunque altra forma di dialogo) da parte dei Ministeri competenti, la definizione di un regolamento interno che risponda alle specifiche necessità dell’Ente di Ricerca
2) che la risposta al punto 1, positiva o negativa che sia, venga adeguatamente, chiaramente e definitivamente giustificata dal punto di vista normativo

Tutto quanto sopra attende una risposta da troppo tempo e questo sonno della ragione ha già prodotto mostri, dunque mi permetto cortesemente di chiedere al Ministero destinatario una risposta celere.
Cordialmente

Raffaele Di Stefano

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Il sistema della ricerca in Italia dovrebbe andare verso una “burocrazia” il più possibile internazionale. Uno dei punti in questa direzione è l’abolizione della prova scritta nei concorsi pubblici, come criterio per la valutazione dei candidati. Nei paesi del mondo in cui la ricerca è veramente valorizzata, si valutano i titoli, la produttività, le esperienze (in pratica il curriculum vitae) e si usa un colloquio come elemento finale per scegliere le persone.

In questo senso il 9 gennaio 2009 è stata pubblicata in Gazzetta Ufficiale la conversione in legge di un decreto recante disposizioni urgenti per il diritto allo studio, la valorizzazione del merito e la qualità del sistema universitario e della ricerca; l’Art. 1, Comma 7 della L. 1/09 dice:

Art. 1.

Disposizioni per il reclutamento nelle università e per gli enti di ricerca

[…]

  1. Nelle procedure di valutazione comparativa per il reclutamento dei ricercatori bandite successivamente alla data di entrata in vigore del presente decreto, la valutazione comparativa è effettuata sulla base dei titoli, illustrati e discussi davanti alla commissione, e delle pubblicazioni dei candidati, ivi compresa la tesi di dottorato, utilizzando parametri, riconosciuti anche in ambito internazionale, individuati con apposito decreto del Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca, avente natura non regolamentare, da adottare entro 30 giorni dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto, sentito il Consiglio universitario nazionale.

Gli interessati possono trovare il testo completo qui: http://www.camera.it/parlam/leggi/09001l.htm.

Non ci sono dubbi su obiettivo della legge, contenuti e soprattutto destinatari. Inoltre è evidente che i criteri validi per Università ed EPR prevedono solo la consultazione del Consiglio Universitario Nazionale.

L’apposito decreto (http://attiministeriali.miur.it/anno-2009/luglio/dm-28072009-n-89.aspx) che il MIUR avrebbe dovuto emanare entro i primi di febbraio 2009, oltre ad arrivare con 6 mesi di ritardo esordisce così “La valutazione dei titoli e della pubblicazioni scientifiche dei candidati nelle procedure di valutazione comparativa per il reclutamento dei ricercatori universitari […]”.

Universitari? Un aggettivo di troppo, assente nel testo di legge, che sembrerebbe discriminare senza ragione i ricercatori degli EPR, poiché i parametri individuati si applicano perfettamente anche agli Enti Pubblici di Ricerca. D’altronde le carriere scientifiche nei due ambiti sono parallele: “Ricercatore-Associato-Ordinario” all’Università e “Ricercatore-Primo ricercatore-Dirigente di ricerca” presso gli EPR, con allineamento anche economico.

In un altro Paese, a fronte di questa incongruenza con la legge, sarebbe immediatamente seguìto un chiarimento, tramite nota o circolare, a specificare che il decreto riguarda anche agli EPR come previsto dalla legge. Questo non è avvenuto, contribuendo a generare l’idea che “manchi un decreto applicativo”.

Rischiamo quindi il paradosso per cui l’assenza di un ipotetico decreto applicativo sia interpretata come un esplicito divieto allo svolgimento di concorsi per soli titoli e colloquio.

Ora immaginate che l’amministrazione di un EPR sia nelle condizioni di avviare procedure concorsuali e immaginate che voglia scrivere un bando che non preveda prove scritte. In sintesi, immaginate che le cose funzionino come all’estero, dove si sa bene che sprecare tempo e soldi per fare scritti non serve a migliorare la valutazione del merito.

Ebbene, quale norma violerebbe quest’amministrazione? La L. 1/09, che esiste e prevede concorsi per titoli e colloquio anche presso gli EPR, oppure un fantomatico quanto inutile ulteriore decreto applicativo?

Riteniamo si tratti di una palese inconsistenza normativa, che alimenta solo ambiguità, perdita di tempo e di denaro pubblico; tutti ricercatori vanno valutati secondo standard internazionali come previsto dal decreto e dalla carta europea dei ricercatori: invitiamo gli EPR ad agire di conseguenza.

Una necessaria premessa

Prima di entrare nell’argomento del presente post, vogliamo ricordarvi che più di una volta su questo Blog abbiamo sottolineato come fosse chiara la linea dei vari governi che si sono succeduti negli ultimi 5 anni: far pagare, con l’espulsione, ai precari dalla Pubblica Amministrazione anni di mala-gestione delle risorse finanziarie da parte dei politici e dei loro prezzolati dirigenti.

L’aspetto dell’espulsione dei precari dalla Pubblica Amministrazione per l’INGV è stato sempre piuttosto evidente quanto pressante perché a differenza di tanti altri Enti Pubblici l’INGV non ha mai potuto sanare nemmeno il suo precariato storico (fatte salve poche unità) a causa della inesistente  e per giunta tagliata Dotazione Organica. In 5 anni di dure lotte ne abbiamo imparate di cose su dove vanno a parare certi provvedimenti e certi “rinvii”.

Per questo siamo molto affezionati all’intervento operativo del Ministro Carrozza sull’INGV col DL 104, attualmente in fase di conversione.

Ma per i precari della Pubblica Amministrazione il problema è la versione definitiva del DL 101.

La polpetta avvelenata

Il DL 101 del Ministro D’Alia, ora convertito in legge, si proponeva di sanare in parte (solo in parte) la situazione dei precari assumendo sulle risorse disponibili una parte della forza lavoro tramite concorsi da espletare fino al 2015. Per dare la possibilità ai precari di partecipare ai concorsi era prevista una proroga fino al 2016 dei contratti e parimenti delle graduatorie vigenti di idonei.

Un vero genio ha però pensato bene di introdurre un emendamento, la polpetta avvelenata, che limita la possibilità di proroga (non di assunzione che va su concorso, ma di prosecuzione a termine dei contratti) al numero di posti vacanti in dotazione organica . Sembra una differenza da poco ma noi che di dotazione organica ce ne intendiamo possiamo spiegarvi cosa vuol dire in due parole: all’INGV, in assenza della deroga di cui al DL 104, TUTTI i precari sarebbero stati licenziati in tronco! Perché l’INGV non ha dotazione organica libera. Altri EPR come l’ISFOL per esempio, in assenza di una deroga, se la vedrebbero brutta.

Una “pezza” è stata messa da qualche più avveduto politico con un emendamento che restringe, si fa per dire, il danno ai precari pagati su fondi ordinari, facendo salvi per un po’ quelli pagati su fondi di progetti esterni. Di più non è stato possibile fare sul 101 che adesso è legge.

Unica deroga a questo massacro: gli Enti locali. Tanto per cambiare. La più grande vittima di questo massacro: gli EPR. Tanto per cambiare.

L’emendamento-polpetta peraltro dimostra una crassa ignoranza del funzionamento degli EPR: molti precari negli Enti di Ricerca sono pagati su fondi di progetti Europei o privati e NON si può andare a dire a un progetto Europeo che per squallida burocrazia italiota l’Ente non può più lavorare al progetto in corso perché non può amministrativamente prorogare contratti che peralto non è l’Italia che paga. Da cui la “pezza”.

Dunque: circa 190.000 precari stanno per essere messi per strada di punto in bianco. Moltissimi negli EPR.

L’ipocrisia

Ichino, che con un lungo intervento ci porta a pensare che sia lui l’ispiratore della polpetta, ha spiegato che non li possiamo tenere [i precari], quindi meglio dirglielo subito e poi andranno a lavorare nel privato. Su quest’ultimo punto è stata fatta già un’ottima analisi.

Caro Ichino, ispiratore del più demagogico e televisivo Brunetta, i precari sono ciò che tiene in piedi la P.A. NONOSTANTE gli anni di clientelismo politico che hanno permesso che arrivassero ai posti di dirigenza persone spesso non meritorie e incapaci di rendere la P.A. competitiva. Ancora una volta voi e i vostri simili, manipolando i dati, scaricate sui più deboli, i lavoratori con contratto a termine, responsabilità che non hanno, lasciando al loro posto persone che continueranno a fare danni.

Per mettere un freno a questi incapaci dirigenti, tanto potenti quanto de-responsabilizzati, voi ancora una volta inserite norme su norme che non affrontano mai il problema in modo scientifico ma demagogico.

Ancora una volta si parla di risparmio ma non saranno i miseri stipendi dei precari a risollevare le sorti di una P.A. il cui difetto è l’incapacità dirigenziale di progettare, proiettare, analizzare e produrre cambiamento.

Ancora una volta non si presenta una soluzione come risultato di una analisi scientifica di un problema.

Cosa farebbe un politico serio

1) sanerebbe il precariato storico che non solo non ha colpa di come sta messa la P.A. ma anzi ne è l’asse portante senza il quale tanto vale eliminarla la P.A.

2) sfrutterebbe l’esistenza di una così folta schiera di lavoratori capaci, solo in parte giovani gli altri sono mediamente 40enni, per farli subentrare alla vecchia guardia sia operativa che dirigenziale, tramite turn-over (lett. avvicendamento).

3) eliminerebbe il ruolo permanente di “dirigente” e lo trasformerebbe in un ruolo a termine con possibilità di esercizio per soli due mandati e rinnovo del secondo mandato solo previa verifica dei risultati ottenuti, pagando il gettone di dirigenza solo per il periodo di effettivo esercizio del ruolo

4) farebbe una analisi scientifica dei rapporti costi/prodotti di ogni singolo segmento della P.A. e solo dopo andrebbe a verificare quali siano davvero le sacche di inefficienza e agirebbe solo su quelle, su base premiale

SOLO ed ESCLUSIVAMENTE DOPO TUTTO questo, inserirebbe, a regime, norme che non permettono di avere più precari di quanti se ne possano ragionevolmente assumere anno per anno in base al turn-over MA … proponendosi ogni anno di verificare quali segmenti della PA debbano essere potenziati tramite la possibilità di assumere più personale.

Questo sarebbe un vero politico e non uno squallido quanto poco preparato demagogo.

Alla fine una sola cosa è chiara: per fare politica seria è necessario avere, almeno in parte, lo stesso approccio ai problemi che abbiamo noi ricercatori: un approccio scientifico analitico. Perché l’alternativa, non averlo, vuol dire solo NON voler risolvere i problemi ma assicurarsi un altro mandato in Parlamento o in qualche Ente locale.

L’Italia è una Repubblica Parlamentare. Ci hanno insegnato a dimenticarlo.

A sentir parlare i parlamentari c’è da preoccuparsi ben oltre la crisi economica. Sembrano digiuni degli elementi principali della costituzione di una Democrazia Parlamentare quale quella Italiana.

Per nulla rassicurante sentirli parlare solo della sopravvivenza del governo e delle conseguenze dei problemi di Berlusconi sulla vita di … Berlusconi.

Sarebbe interessante e importante e probabilmente più rassicurante sentirli parlare della sopravvivenza dei provvedimenti, come Disegni di Legge e Decreti Legge, e magari dei miglioramenti che potrebbero esservi apportati.

E il malcapitato ascoltatore si fa così l’idea che se il Governo dovesse cadere il Parlamento, per regola, debba cadere con lui, non possa quindi più fare il suo dovere di occuparsi dei problemi dei molti e non perennemente di quelli di uno.

E allora dopo aver studiato Terremoti, Vulcani e quant’altro, dopo aver studiato leggi e decreti e norme varie eccoci qui a spiegare a chiunque  sia interessato la … Costituzione Italiana.

Punto 1: quando il Governo non ha più la fiducia della maggioranza del Parlamento, cade. Ma le Camere restano operative con pieni poteri. Questo lo sanno tutti … forse. Il Capo dello stato non è costretto a sciogliere le Camere che possono continuare a fare il loro dovere e che, in un Paese retto da Politici che lavorano per il popolo e non per la loro poltrona, possono fare tutto quello che facevano prima. Il Governo è dimissionario e opera per l’ordinaria amministrazione e poi cede il passo al nuovo.

Fin qui …

Punto 2: Esercizio delle principali funzioni parlamentari durante il periodo che intercorre tra lo scioglimento delle Camere

Cosa succede se il Presidente Napolitano in assenza di una qualunque nuova maggioranza fosse costretto a sciogliere anche le Camere e a fissare la data di nuove elezioni?

Tutti sembrano convinti che il Parlamento non possa più fare nulla e che per cause di forza maggiore tutti i provvedimenti in fase di analisi, come i DL in via di conversione in Legge, siano immancabilmente destinati a svanire nel nulla, a decadere.

NON E’ COSI’.

Articolo 61

Le elezioni delle nuove Camere hanno luogo entro settanta giorni dalla fine delle precedenti. La prima riunione ha luogo non oltre il ventesimo giorno dalle elezioni.

Finché non siano riunite le nuove Camere sono prorogati i poteri delle precedenti.

Un altro Articolo è molto interessante

Articolo 77

Il Governo non può, senza delegazione delle Camere, emanare decreti che abbiano valore di legge ordinaria.

Quando, in casi straordinari di necessità e d’urgenza, il Governo adotta, sotto la sua responsabilità, provvedimenti provvisori con forza di legge, deve il giorno stesso presentarli per la conversione alle Camere che, anche se sciolte, sono appositamente convocate e si riuniscono entro cinque giorni.

I decreti perdono efficacia sin dall’inizio, se non sono convertiti in legge entro sessanta giorni dalla loro pubblicazione.

Le Camere possono tuttavia regolare con legge i rapporti giuridici sorti sulla base dei decreti non convertiti.

Riassumendo:

Se Cade il Governo i Decreti Legge possono essere convertiti in Legge lo stesso perché le Camere sono attive

Se Cade il Governo e il Presidente scioglie le Camere i Decreti Legge possono essere convertiti in Legge perché le Camere, in regime di proroga per almeno 65 giorni fino a massimo 90 (elezioni incluse) hanno pieni poteri salvo l’elezione del nuovo Presidente della Repubblica.

Infine una nota per i dirigenti amministrativi interessati dai DL 101 e 104: l’Art. 77 comma 4 dice addirittura che anche qualora siano nati rapporti giuridici sulla base di DL NON convertiti le Camere anche sciolte possono regolarli con legge.

Il destino di molti Italiani e in particolare di molti precari fra gli Italiani (e fra questi il nostro) è legato ai Decreti Legge in esame prima della Crisi di Governo: NON ESISTONO IMPEDIMENTI COSTITUZIONALI per la conversione in Legge, anzi la Costituzione ci tutela.

Se questo non avverrà sarà per una precisa e sciagurata scelta dei parlamentari e non per cause di forza maggiore.

Il 12 Settembre è stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale il Decreto Legge 104Misure urgenti in materia di istruzione, università e ricerca“. Questo decreto è finalmente un passo positivo avanti per il comparto gestito dal MIUR, dopo anni di inutili e dannosi stenti imposti dai precedenti governi. Il DL contiene un provvedimento, Art. 24, che riconosce la situazione annosa dei precari INGV e vi dà soluzione, sebbene spalmata su tempi preoccupantemente lunghi.

Il 31 Agosto era stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale il Decreto Legge 101Disposizioni urgenti per il perseguimento di obiettivi di razionalizzazione nelle pubbliche amministrazioni” che, all’Art. 4, reca disposizioni per una parziale soluzione del problema precariato: una tornata concorsuale limitata alle risorse del Turn-Over (pensionamenti) 2013-2015 per selezionare, fra i precari, quelli da tenere a tempo indeterminato, chiudendo le porte ovviamente a tutti gli altri (inibisce, d’ora in avanti, il proliferare di contratti a tempo determinato e la possibilità di prorogare gli altri). Una soluzione parziale, quindi, ma che dà una possibilità a parte dei precari di vedere finire questo ingiusto e dannoso stillicidio.

I Decreti Legge emanati dal Governo sono immediatamente operativi, visto il carattere di urgenza con cui lo strumento è stato pensato, ma la Costituzione democratica vuole che un provvedimento unilaterale del Governo sia comunque elaborato dalle Camere e convertito in legge entro DUE mesi, pena la decadenza.

Molti penseranno che finalmente il più sia fatto e che, come spesso in passato, il DL sarà sicuramente convertito in legge, come accadde per la famigerata Legge 133/2008 (già DL 112/2008) del Governo Berlusconi/Tremonti/Brunetta che ha sconquassato la Pubblica Amministrazione in generale e la scuola e la ricerca in particolare propagando i danni fino a oggi.

E invece in questo caso no.

I diversamente onorevoli Lanzillotta e Ichino (Scelta Civica) della Commissione Lavoro del Senato, non stanchi di sparare sui lavoratori più deboli senza però mai dare una sistemata a quei dirigenti incapaci figli dello spoil system, hanno definito l’operazione precari del DL 101 “una sanatoria”.

Delle due l’una: o non hanno letto il provvedimento e quindi non sanno che si parla di concorsi (riservati ai precari in servizio, solo per la metà), per giunta sulle esigue risorse assunzionali 2013-2015, oppure non lo hanno capito, suscitando dubbi sulla bontà con cui vengono spesi i soldi pubblici per i loro stipendi da parlamentari. Se la prendono anche con le proroghe fino al 2015 per chi ha diritto a partecipare al concorso, proroga che permette semplicemente di farlo, quel concorso, senza ingrossare le file della disoccupazione. Forse dimenticano che proprio il Governo Monti ha dovuto fare una proroga, per giunta generalizzata, per i precari della Pubblica Amministrazione, per scongiurarne il collasso.

Eh già! A reggere in piedi quel poco che resta di degno delle nostre istituzioni c’è proprio un esercito di precari.

Non contento dell’operato dei colleghi di cui sopra, il parlamentare Giancarlo Galan (PDL, presidente della Commissione Cultura, Scienza e Istruzione della Camera), spalleggiato dall’irriducibile Brunetta, ha sparato a zero sull’intero DL 104 presentato dal Ministro Maria Chiara Carrozza.

Ridicola è la motivazione: non si può, per Costituzione, abusare dello strumento del Decreto Legislativo.

Se non state ridendo è perché non ricordate di chi si parla: esponenti del governo record in quanto a DECRETI LEGGE e Fiducia. Un assurdo in termini, una ridicola follia.

E poi ci permettiamo di dire che dopo 5 anni di distruzione di massa del comparto Istruzione e Ricerca, e in particolare con una situazione dell’INGV critica quanto paradossale che ci vede di nuovo prossimi alle scadenze in 100 giorni, i provvedimenti del DL 104 SONO URGENTI.

Ricordiamo poi che ci sarà il passaggio parlamentare per la conversione dove le commissioni potranno agilmente  esperiamo decentemente emendare.

Allora ci chiediamo il perché di questo ennesimo attacco ai precari, all’Istruzione e alla Ricerca. Perché tutta questa squallida e pretestuosa ideologia ancora una volta?

Ci sorge il dubbio che questa sia una manovra per dilazionare nel tempo le attività parlamentari e rallentarle, con l’obiettivo di tenere sotto scacco il Governo, con una guerra fra bande consumata in Parlamento, ma a spese di persone come noi e come i precari della Pubblica Amministrazione (e i tanti lavoratori del privato e del pubblico) che questo Paese lo tengono in piedi dandogli dignità.

Le vuote critiche di cui sopra e le minacce di una crisi di Governo, proprio in questo momento, gettano nuove ombre sul nostro futuro.

Cominciamo a pensare che davvero all’INGV e all’intero Paese più che un Governo serva un bravo esorcista!

Padre Amorth si tenga pronto.

Ieri durante la conferenza stampa del Governo Letta, a valle del Consiglio dei Ministri n° 21 (26/08/2013), il Ministro del MIUR Maria Chiara Carrozza ha presentato due provvedimenti di legge per gli Enti Pubblici di Ricerca.

Uno più generale contenuto nel Decreto Legge (DL) per semplificare, nell’ambito dell’autonomia degli Enti, l’immissione in ruolo dei ricercatori e l’altro, nel Disegno Di Legge (DDL), per la progressiva immissione in ruolo dei precari dell’INGV “[…] che svolgono un ruolo molto importante sia nell’ambito della Ricerca che nell’ambito del monitoraggio dei Terremoti”. [Video 24′ 30”]

Noi.

Dopo le tante battaglie che abbiamo portato avanti per la Ricerca in generale e per la nostra condizione lavorativa in particolare, stentiamo a credere che il Ministro del nostro Ministero vigilante ci abbia ascoltati e abbia capito la situazione paradossale in cui versa l’INGV a fronte del lavoro svolto da tutti noi con impegno, dedizione e profitto. Negli ultimi 5 anni non era mai successo. Si sa che in Italia la normalità è eccezionale e per la sua capacità di ascolto e volontà di soluzione dei problemi del suo/nostro settore crediamo che Maria Chiara Carrozza meriti un ringraziamento.

Se poi guardiamo oltre l’INGV, al comparto, il succo del DL e del DDL è che finalmente un Ministro della Ricerca e della Scuola ha sostenuto che

  1. si punta su chi la ricerca la pensa e la fa! Sulle persone;
  2. l’autonomia degli Enti Pubblici di Ricerca è un argomento chiave;

Anche questa è una novità assoluta che va nel senso del programma proposto da Rete Ricerca Pubblica alcuni mesi fa e delle indicazioni di riforma del settore sostenute in particolare da FLC-CGIL e UIL-RUA.

Forse ci voleva non solo un Ministro del settore (la Gelmini non lo era ma Profumo lo era eccome) ma anche una persona che volesse capire le condizioni, anche quelle paradossali, del settore di sua competenza e risolvere i problemi.

E’ un ottimo inizio Ministro Carrozza. Potrebbe essere la persona giusta, finalmente, per creare la cabina unica di regia di TUTTI gli EPR sotto la vigilanza del MIUR che darebbe un impulso non indifferente al Paese. Ma questo è un altro discorso.

Torniamo a noi. Anni di delusioni e mazzate varie ci hanno reso più pragmatici di quanto non fossimo già come ricercatori.

Conosciamo fin troppo bene i processi parlamentari e conosciamo la differenza fra un DL e un DDL.

Un Decreto Legge è immediatamente operativo. Decade solo se non è convertito in Legge entro due mesi dalla pubblicazione in Gazzetta.

Un Disegno Di Legge invece, per quanto ne sappiamo, deve seguire l’iter parlamentare che lo trasformerà in Legge e solo allora diventa esecutivo.

Sappiamo che questo provvedimento (l’intero DDL) è fondamentale per consentire alla Pubblica Amministrazione di funzionare e che è stato sostenuto dall’intero Governo. Sappiamo anche che se pure il Governo cadesse, il Presidente della Repubblica difficilmente scioglierebbe le Camere prima della finanziaria di fine anno e quindi il Parlamento continuerebbe a funzionare.

E’ già successo però in passato che un DDL si arenasse per sempre al Parlamento. Quindi, augurandoci che questo DDL diventi Legge al più presto, volontariamente aspetteremo a tirare un sospiro di sollievo.

Vigileremo sul suo percorso parlamentare e sull’applicazione della norma che riguarda l’INGV.

Se tutto andrà davvero per il verso giusto, pur continuando a portare avanti il nostro lavoro di ricerca e monitoraggio con la stessa passione e impegno di sempre, avremo una maggiore capacità di contribuire alla crescita del settore della Ricerca in un Paese che ha una grande necessità di acquisire una seria cultura della prevenzione e della tutela del territorio per poter sfruttare al meglio tutte le potenzialità dei risultati del nostro lavoro.

Roma, 21 ott – Pianificare come investire un miliardo e 655 milioni piu’ un ulteriore 7% di risorse che saranno assegnati agli enti pubblici di ricerca. Questo l’obiettivo dell’incontro che il ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, Mariastella Gelmini, ha avuto oggi, a Palazzo Chigi, con il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Gianni Letta, e i neopresidenti di 12 enti di ricerca […].

Questo il contenuto di una Agenzia [vedi qui] uscita alcuni giorni fa.

Ieri sera a Ballarò il Ministro Gelmini, fra le molte cose che ha detto a supporto dell’operato del Governo, ha buttato li una frasetta che ai più sarà sfuggita e il cui sunto è “abbiamo messo nuovi fondi in Università e Ricerca“.

Né l’Agenzia è mai diventata una notizia né la frasetta è stata troppo enfatizzata dalla ministra.

Forse perché è una indifendibile balla.

NON E’ VERO!! È propaganda elettorale. NON CI HANNO MESSO UN EURO IN PIÙ IN SVILUPPO E SICURAMENTE NON IN RICERCA. A dire il vero il direttore del Miur, Agostini (vedi l’agenzia) fra le righe l’ha detta la verità [Per quanto riguarda i fondi, si tratta ”della ripartizione del Fondo ordinario di finanziamento degli enti pubblici di ricerca per l’anno 2011].

Agostini non ha però, volontariamente presumiamo, spiegato le sue stesse parole, che ai più risultano quindi  incomprensibili.

Le cose stanno così:

1) per finanziare il PNR (Piano Nazionale della Ricerca) con apposito decreto nel 2010, hanno stabilito di tagliare il 7% dei fondi ordinari degli Enti Pubblici di Ricerca e di sommarvi una quota presa dal Fondo FAR (Fondo per le Agevolazioni alla Ricerca, creato nel lontano 1999 dal governo precedente a quello “Berlusconi 2001”)

2) hanno deciso di tagliare un ulteriore 8% dei fondi ordinari degli Enti Pubblici di Ricerca

Il 7% e l’8% insieme fanno un bel 15% di tagli ai fondi ordinari degli Enti (cioè quelli relativamente stabili su base annuale che ne garantiscono il funzionamento).

Questi soldi, che quindi NON SONO NUOVI FINANZIAMENTI, poi ce li ridanno, sempre seguendo il PNR, sotto forma di discutibilissimi “Progetti Bandiera” e “Progetti Premiali”.

Ovviamente i suddetti progetti non vedranno gli Enti riprendersi esattamente quanto è stato loro tolto singolarmente, ma porteranno una ridistribuzione basata sul peso che ogni Ente avrà nei progetti stessi … e questo ovviamente a seconda dei progetti che saranno approvati farà si che alcuni Enti vedranno sfumare parte dei soldi che l’anno prima ne garantivano il funzionamento a regime.

In sostanza: non esiste nessun nuovo investimento in ricerca ma solo una differente distribuzione degli stessi soldi di prima.

E’ con queste risorse” – ha concluso Gelmini – ”che si apre il secondo tempo della legislatura: dopo il piano di risanamento stiamo entrando nella fase di sviluppo e investimento.

Quello di annunciare “nuovi investimenti in Ricerca” che ci farebbero entrare “nella fase di sviluppo” è un bieco tentativo del ministro di vendere fumo per coprire tutto quello che non è stato colpevolmente fatto per lo sviluppo negli ultimi tre anni, quando c’era ancora margine per operare.