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Ieri, 5 maggio, il Gabinetto del MIUR ha inviato al Presidente dell’INGV, Prof. Stefano Gresta, il Decreto Ministeriale attuativo della L. 128/2013,  Art. 24, articolo fortemente voluto dell’ex Ministro Maria Chiara Carrozza.

Il D.M. autorizza l’aumento della dotazione organica per l’INGV di 200 posti in 5 anni e l’avvio delle procedure di immissione in ruolo del personale precario.

Questo passaggio segna la fine di 7 anni e 6 mesi di attesa, da quando l’INGV nel 2008 è rimasto l’unico Ente Pubblico a non aver usufruito del processo di stabilizzazione voluto dal governo Prodi per far fronte al dilagante problema del precariato.

Ora i lavoratori INGV, ed in particolare il “precariato storico”, possono guardare al futuro con una nuova prospettiva. E questo è un bene per tutti, perché la preparazione scientifica delle persone coinvolte e il loro impegno costituisce una risorsa fondamentale per la tutela del territorio e per il prestigio scientifico dell’Italia nel mondo.

Cinque anni per completare questo percorso non sono pochi, ma è comunque un buon inizio.

E’ stata, la nostra, un’attesa lunga, snervante e carica di senso di impotenza di fronte al prolungarsi di una situazione ingiustificabile, non solo dal punto di vista dei lavoratori precari, ma da quello dell’investimento fatto per la loro formazione e per la tutela del territorio. L’INGV è punta di diamante al livello mondiale nell’ambito delle scienze della Terra e questo grazie, principalmente, alla produttività e all’entusiasmo del personale non di ruolo, da quasi vent’anni.

Non è questo il momento dei ringraziamenti, ma il personale a tempo determinato INGV sa chi sono stati i promotori di questa iniziativa e ne renderà merito, così come l’Art. 24 della L. 128/2013 rende merito del loro costante impegno per il Paese.

Leggi la notizia ANSA.

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Non sappiamo se nel mondo questo sia un primato ma è un dato il fatto che ogni italiano ha visto succedersi in media un governo ogni 1.6 anni contro i 5 previsti per la durata di un singolo governo. In 65 anni infatti, considerando un solo governo quando il presidente del consiglio è rimasto lo stesso pur cambiando la maggioranza e gli altri ministri, si sono succeduti 40 governi.

I soli precari INGV (e ogni altro abitante di questo Paese) dal 2007 al 2013 hanno visto 4 governi in 7 anni per una media 1,75 anni per governo/presidente.

Adesso ci risiamo.

Non è detto che la stabilità di un governo sia di per sé una garanzia, ma di sicuro c’è che cambiare interlocutori ogni anno e mezzo non tranquillizza.

A distanza di poco più di tre mesi dalla conversione in Legge 128/2103 del decreto con cui l’ex Ministro Carrozza autorizzava l’assunzione in 5 anni di 200 unità di personale dell’INGV, noi siamo ancora in attesa del decreto congiunto MIUR – Funzione Pubblica – MEF per l’autorizzazione, sancita con la Legge 128/2013, all’ampliamento della dotazione organica dell’Ente. Poi è stato sciolto il governo e tutto si è fermato.200

Se fossimo in un Paese normale staremmo tranquilli, perché la Legge c’è ed è chiarissima nel dichiarare che l’INGV può assumere. Inoltre la Legge 125/2013 relativa a tutta la P.A. dice anche come assumere e, infine, la Legge di stabilizzazione richiamata dalla 125/2013 ricorda che ci sono circa 170 persone all’INGV che il diritto all’assunzione già lo hanno dal 2007.

Ma siamo in Italia, land of burocracy, e quindi se qualcosa si può bloccare in qualche curioso ingorgo lo fa.

Ci terremmo a sapere cosa ha bloccato un Decreto Ministeriale che sarebbe di una semplicità disarmante. Abbiamo provato a chiederlo alla Funzione Pubblica ma fino a ora ha regnato il silenzio, tanto che iniziamo a chiederci cosa sia stato chiesto dall’INGV ai Ministeri oltre all’aumento della dotazione organica.

Ma lasciamo per un momento la storia infinita dei precari INGV e passiamo a quella del Paese.

Con l’ex Ministro Carrozza avevamo iniziato a nutrire la speranza che le istituzioni potessero finalmente avviare quell’alleanza con gli EPR necessaria e tante volte chiesta perché il Paese decidesse finalmente di investire in Ricerca, Sviluppo e Prevenzione, a tutela dei cittadini, del territorio e in sostanza del futuro del Paese stesso. Se non altro perché per la prima volta un Ministro del MIUR aveva di sua spontanea volontà lanciato un appello in questo senso alle istituzioni.

Avevamo inoltre iniziato a nutrire la speranza che l’unica riforma necessaria per gli EPR, la regia di un unico ministero per tutti, la tutela dell’indipendenza degli EPR insieme a un rilancio degli investimenti in Ricerca e la sburocratizzazione degli EPR, fosse finalmente presente nell’agenda del governo o almeno del reggente del MIUR.

Noi ci auguriamo naturalmente che tutto questo possa essere l’approccio anche del nuovo Ministro, Stefania Giannini.

Per il momento però ci preoccupa che le prime dichiarazioni lascino intendere che il Ministro vede il MIUR essenzialmente come il ministero della Scuola, dato che non ha mai menzionato gli Enti Pubblici di Ricerca. Questo è un difetto di comunicazione che purtroppo abbiamo trovato in molti ministri precedenti e che poi si è risolto semplicemente nel continuare ad ignorare l’esistenza e la funzionalità di una delle più produttive e importanti risorse di questo Paese: noi.

Abbiamo più volte ricordato, e non smetteremo mai di farlo, che esiste un EPR per ogni aspetto essenziale della nostra società. Una ricchezza basata sulla conoscenza, che ha le potenzialità per regalare a questo Paese risparmi superiori a molte finanziarie e che comunque nel frattempo regala ricercatori (e quindi fondi) a altri paesi.

Un ultimo punto.

In una intervista su repubblica abbiamo letto il Ministro dichiarare che l’Italia non ha l’atteggiamento giusto per richiamare fondi europei vincendo i bandi. Se intende che l’Italia manda all’estero i suoi ricercatori e che quindi è dall’estero che vincono i bandi, ha sicuramente ragione. Se intende dire che sono le istituzioni politiche italiane che non hanno la mentalità giusta per richiamare fondi (e persone) in questo Paese, anche qui ha ragione.

Perché noi, all’INGV sicuramente, i fondi Europei li richiamiamo eccome, con molto sforzo e nonostante le pastoie burocratiche che rendono questo Paese comunque poco appetibile.

Ci auguriamo che non si torni a parlare quindi di “piani per il rientro dei cervelli”, superficiale ed inutile approccio al problema della fuga. Non sarà qualche euro di incentivo a richiamare i ricercatori che hanno scelto, con difficoltà, di andar via. L’unico modo per arginare la fuga e richiamare i “cervelli” è dimostrare che l’Italia finalmente dà un reale peso e adeguati finanziamenti alla Ricerca e allo Sviluppo, portati avanti da Enti Pubblici di Ricerca e Università che contribuiscono a tenere alto il nome dell’Italia nei settori di competenza.

Che questo messaggio giunga forte ai neo-ministri del MIUR Stefania Giannini, della Funzione Pubblica Marianna Madia, del MEF Pier Carlo Padoan e delle Infrastrutture e dei Trasporti Maurizio Lupi.

precariatingv non ha mai parlato “solo” dei precari INGV e nemmeno solo di precariato.

Altri due argomenti sono stati costanti: la riforma del settore Ricerca e la Prevenzione.

Per questo anche se il processo, avviato dal Ministro Carrozza, di immissione in ruolo di una parte rilevante di precari del nostro Istituto dovesse andare a buon fine (pur se spalmato su 5 pericolosissimi anni) … non vi libererete di  noi (forse)!!

Nel precedente post (Auguri) dicevamo

  • Auguriamo all’Italia di diventare presto un Paese che invece di usare 8€ su 10 per riparare i danni (quelli riparabili) dei disastri ambientali (terremoti inclusi) e solo due per prevenirli inverta il rapporto. […]
  • Ci auguriamo che “presto” significhi prima del prossimo terremoto forte. Che comunque ci sarà. Della prossima alluvione, che comunque ci sarà. […]

Appunto. Ci sarà e c’è stata la “prossima alluvione”. E non sarà l’ultima come quella dell’Emilia non è stata l’ultima sequenza sismica che ha provocato danni al tessuto economico e sociale. Se il prossimo territorio ad essere colpito fosse più fragile dell’Emilia e anche di L’Aquila? Quanti altri morti deve avere sulla coscienza la classe dirigente di questo Paese? Quante altre batoste può sopportare l’economia Italiana? Quante altre alluvioni può sopportare la popolazione e quante l’economia agricola e industriale?

E’ vero che gli eventi atmosferici, come i terremoti forti, sono spesso parossistici ed è vero che alluvioni e terremoti ce ne sono sempre stati. Ma il tessuto urbano, economico e sociale degli ultimi decenni non ha precedenti quanto a fragilità e costo sociale per il ripristino.  Quindi il territorio richiede una tutela particolare. E’ essenziale la Prevenzione e questo decisamente non è una novità.

Prevenzione che costa un decimo di quanto costa riparare i danni. Una tutela che ha basi scientifiche e che la politica può facilmente attuare  commissionando (quando nn già fatti) studi agli EPR competenti e soprattutto operando poi di conseguenza.

I soldi spesi in Prevenzione (con opere eseguite a dovere e nel tempo strettamente necessario, senza rinvii di alcun tipo all’italiana) dovrebbero essere assicurati dallo Stato ai Comuni senza tanti se e ma.

In questi giorni il Ministro Maria Chiara Carrozza ha postato diversi Tweet che, partendo dalla piena dell’Arno a Pisa, arrivano al concetto di Prevenzione tramite una alleanza fra EPR ed istituzioni.

Sarebbe ora.

Tweets

Ma la Prevenzione non può, secondo noi, essere un “progetto” come suggerito dal Ministro. Capiamo che oggi tutto si immagina fattibile tramite progetti. Suona bene, meritocratico. Ma l’idea di base della prevenzione poggia su tre pilastri.

  1. monitoraggio/acquisizione dati
  2. elaborazione modelli e soluzioni
  3. traduzione della scienza in politica sul territorio

Questi tre pilastri non sono gestibili tramite progetti (a termine per loro natura), hanno caratteristiche 

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PERMANENTI e l’alleanza fra EPR, Università e Istituzioni deve essere una voce permanente di bilancio.

Su base progettuale possono essere finanziati gli sprint alla ricerca di innovazione tecnologica, nuove metodologie teoriche, nuovi modelli e strumenti informatici.

Lo Stato Italiano ha un Ente Pubblico di Ricerca per affrontare OGNI singolo aspetto della PREVENZIONE per la tutela del territorio e delle vite e delle risorse economiche del Paese. E ne ha altri per ogni aspetto vitale della società.

Tanto di cappello al Ministro che finalmente nomina questa alleanza come mezzo e la Prevenzione come obiettivo.

Ma per passare dalle parole ai fatti (e in fretta perché la situazione politica è fragile) servono alcuni passi essenziali.

  1. portare allo scoperto il nervo della mancata attuazione da parte delle istituzioni delle indicazioni che gli EPR già oggi danno (parliamo di terremoti, vulcani o ambiente? INGV, parliamo di alluvioni e rischio idrogeologico? ISPRA, parliamo di alimentazione? CRA INRAN, parliamo di lavoro? ISFOL ecc)
  2. portare tutti gli EPR sotto la supervisione del MIUR; che si occupino di scienze sociali, umane o naturali gli EPR, insieme e in modo complementare alle Università, abbracciano tutti gli aspetti della società umana e non devono esistere EPR abbandonati allo sfruttamento di specifici ministeri che puntualmente prima o poi tendono a svilirli per trasformarli in “braccio operativo” al servizio. Gli EPR devono essere, al pari della stampa libera, il cane da guardia in una società sana
  3. sottrarre gli EPR al settore della Pubblica Amministrazione in senso stretto: siamo Enti Pubblici, ma non siamo ministeri, lo ha detto la stessa Maria Chiara Carrozza; la ricerca pubblica nel mondo non sottosta alle burocrazie della P.A. e per questo si muove più agevolmente;
  4. realizzare l’obiettivo di Lisbona del 3% del PIL in Ricerca e Sviluppo, rendendo imperativo il concetto di “risparmio tramite investimenti”
  5. aumentare la percentuale di ricercatori per numero di occupati nel nostro Paese, per dare un futuro ai giovani che studiano e che vorrebbero restare in Italia, per raggiungere l’obiettivo di portare in Italia i Fondi ERC (tristemente dragati dai Ricercatori Italiani che le vincono verso l’estero).

Servono soldi? Per riorganizzare il settore no. Per attuare la prevenzione e per implementare il Fondo per la Ricerca si. Ma sono, come si suol dire, soldi santi e fonte di immenso risparmio.

Però, non c’è più tempo: il futuro è già adesso e se non iniziamo ora, tanto vale emigrare. 

PS: il decreto di aumento della dotazione organica, siamo ancora in attesa. Grazie!

C’è un abisso fra la situazione dei precari dell’INGV alla fine del 2012 e l’attuale.

A nostro favore abbiamo la Legge 128/2013 che autorizza l’INGV ad assumere 200 precari in 5 anni, le operazioni di bilancio necessarie a coprire questa operazione, la legge 125/2013 (che riguarda tutti i precari della P.A.) che detta le regole per le assunzioni e infine l’antica quando viva Legge di Stabilizzazione 296/2006 richiamata a più riprese proprio dalla legislazione recente.

Contro abbiamo il fatto che nonostante le proroghe dei contratti potrebbero, a norma di legge, portare la data del 2018 (fatta salva la disponibilità di fondi e legislazioni alternative, tanto per rassicurare pavidi dirigenti di P.A.) si dice che le proroghe l’INGV le farà, tanto per cambiare, con scadenza annuale. Altro aspetto negativo e poco rassicurante: il provvedimento è spalmato su 5 anni e in un Paese come l’Italia, con un cambio di governo a ogni angolo, non è il massimo. Infine, i posti sono 200 e i precari poco meno di 300.

Comunque dopo 5 anni di dure battaglie per la Ricerca in Italia e per la sopravvivenza dell’Ente e del nostro posto di lavoro, abituati a capodanni travagliati e ricchi di ansie vogliamo sfruttare questa situazione relativamente ricca di speranze, almeno per molti di noi, per chiudere l’anno con degli auguri.

  • Auguriamo all’Italia di diventare presto un Paese che invece di usare 8€ su 10 per riparare i danni (quelli riparabili) dei disastri ambientali (terremoti inclusi) e solo due per prevenirli inverta il rapporto. Perché farlo è non solo possibile ma segno di una maturità civile che l’Italia ancora non ha. Sono anni che lo ripetiamo, sono anni che l’INGV si adopera per questo rimanendo inascoltato.
  • Ci auguriamo che “presto” significhi prima del prossimo terremoto forte. Che comunque ci sarà. Della prossima alluvione, che comunque ci sarà. Come disse il Professor Enzo Boschi, ex Presidente dell’INGV, in uno dei suoi molti tentativi di aprire gli occhi a politici e cittadini, “Non aspettiamo il prossimo terremoto”.
  • Ci auguriamo che i ricercatori smettano di essere i capri espiatori delle colpe di un Paese ignavo, perché in questo momento (non solo i geofisici) lo sono. Osannati per finta e bastonati davvero.
  • Ci auguriamo di non dover sentire ancora a lungo la vuota retorica sulla Ricerca in Italia, soprattuto da parte di politici che fino a oggi nei fatti la Ricerca l’hanno affossata. Quella retorica fatta di “rientro dei cervelli”. Potenziare davvero la Ricerca e quindi attrarre ricercatori non è difficile.
  • Ci auguriamo quindi di vedere e poter discutere e migliorare un piano decennale di investimenti in Ricerca, quindi in Sviluppo, e magari vederlo affiancato a un piano decennale per lo sviluppo industriale ed energetico.
  • Ci auguriamo di vedere realizzata quella riforma degli Enti Pubblici di Ricerca che la Rete Ricerca Pubblica e alcuni (ma non tutti) i sindacati sostengono da tempo: autonomia, potenziamento, regia unica, dirigenze a gettone. Speravamo che l’attuale Ministro potesse iniziare subito il percorso di una simile riforma e ancora lo speriamo. Nel caso speriamo di essere ascoltati anche dal prossimo ministro, che di idee ne abbiamo.
  • Ci auguriamo che sia i politici che i cittadini smettano di parlare a sproposito di merito, sull’onda di un insano qualunquismo. Che si prendano il tempo di guardare all’estero, in Paesi in cui persone competenti e meritorie occupano i posti che gli competono dando un forte impulso sia al pubblico che al privato. Paesi in cui curiosamente non esiste alcun concorso nazionale ma ‘solo’ una fortissima assunzione di responsabilità da parte di tutti e soprattutto della classe dirigente.
  • Ci auguriamo di riuscire ad aprire un serio discorso sui metodi di selezione nella P.A. e sul Concorso Nazionale, perché la maggior parte delle persone, soprattutto parlamentari ed esponenti di partito, citano l’Art. 97 della costituzione a sproposito. Speriamo che si riesca finalmente a spostare l’attenzione da quella inutile parola che è “merito” ai più sensati concetti di “risultati” e “qualità”. Almeno parliamone.

Infine: quest’anno molti nostri colleghi sono emigrati all’estero. Nella maggior parte dei casi non sarà la promessa di un’assunzione nel prossimo quinquennio a convincerli a tornare, perché la situazione attuale del Paese non è il massimo e nemmeno la credibilità e stabilità delle sue istituzioni, condizioni per credere a una promessa e caricarla sul futuro dei figli, lo sono.

Chiedendo in giro a tanti che sono andati via da anni (capita di incontrarli spesso nei convegni scientifici) abbiamo capito che “non c’è nessuno che sia all’estero che non vorrebbe tornare”. Ma poi non lo fa.

Ecco, ci auguriamo che questo “ma poi non lo fa” inverta al più presto il segno.

Noi torniamo ai turni in sala sismica e allo studio delle sequenze in atto, le più recenti delle quali sono Gubbio e Caserta.

Chiunque abbia visto Rocky I sapeva fin dall’inizio che il migliore sarebbe stato lui ma forse Punchnon si aspettava di vederlo prendere tutte quelle mazzate.

Noi, pur non pretendendo di essere i migliori, sapevamo di essere bravini e soprattutto di fare al meglio e col massimo impegno il nostro lavoro. Avevamo anche la sensazione, cosa non secondaria, di lavorare in un bell’Istituto e di portare un certo lustro al Paese (lo abbiamo scritto molte volte su queste pagine) tramite le tante collaborazioni internazionali e progetti di ricerca.

Nel frattempo di pugni in faccia ne abbiamo presi tanti, tantissimi e chi segue questo blog lo sa bene. L’ultimo pochi giorni fa.

Oggi dopo l’ultima mazzata e a 5 mesi dal giorno in cui 250 degli oltre 300 precari dell’INGV dopo anni di onorata carriera scadono … di nuovo, è arrivata una buona notizia e una conferma che il nostro impegno porta i suoi frutti.

Secondo le valutazioni espresse dall’ANVUR

L’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) e Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (INFN) si affermano ai primi posti nella classifica di valutazione della ricerca italiana. […] 

Fra i grandi enti pubblici di ricerca il più innovativo in rapporto alle sue dimensioni risulta, nella valutazione dell’ANVUR, l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) […]

E’ vero che questa è una valutazione nazionale, il che non diminuisce l’importanza del risultato, ma è pur vero che nel caso dell’INGV è assolutamente confermata da una internazionale, quella del prestigioso Science Watch, che ci vede dal 2008 al 2010 come terzo Ente per produttività al MONDO nel nostro campo.

Questo è un messaggio diretto a chi in questo momento, con le sue decisioni politiche, può far si che le persone che hanno contribuito in modo determinante a questi risultati possano restare come patrimonio permanente di questo Paese oppure andarsene.

Il prossimo pugno in faccia potrebbe essere l’ultimo.

Un emendamento sul “decreto del fare” (58.11, primo firmatario l’On. Marco Miccoli, di cui al nostro precedente post) viene proposto per consentire l’adeguamento della dotazione organica a quegli Enti di Ricerca Pubblici che abbiano precariato storico, nel rispetto delle leggi dello Stato già esistenti.

L’art. 58 del “Decreto del Fare”, sul quale si chiede di intervenire, riguarda proprio Disposizioni URGENTI, per lo SVILUPPO del sistema universitario e degli ENTI DI RICERCA.

L’emendamento 58.11 RIGUARDA gli Enti Pubblici di Ricerca (tutti).

L’emendamento 58.11 recita “al fine di consentire agli Enti Pubblici di Ricerca di svolgere con pienezza le proprie funzioni istituzionali“. Funzioni che includono, ad esempio, il monitoraggio dei terremoti per la Protezione Civile: quindi è URGENTE e riguarda lo SVILUPPO.

L’emendamento 58.11 parla esplicitamente d’interventi sulla dotazione organica a COSTO ZERO.

L’Art. 58 esordisce parlando di utilizzo del TURN OVER, ossia risorse liberate da pensionamenti; se la dotazione organica di un Ente di Ricerca è satura, tuttavia, tali risorse non possono essere sfruttate. La rideterminazione a costo zero della dotazione organica è condizione necessaria per usare le risorse del TURN OVER già disponibili.

L’emendamento 58.11 permette l’applicazione dell’Art. 58 in egual modo da parte di tutti gli enti di ricerca: SENZA l’emendamento 58.11,  l’Art. 58 E’ DISCRIMINATORIO.

CIONONOSTANTE

le commissioni I e V, riunite, lo dichiarano inammissibile perché:

[…] non possono ritenersi ammissibili le proposte emendative che non siano strettamente attinenti alle materie oggetto dei decreti-legge all’esame della Camera. [..]

[…] La necessità di rispettare rigorosamente tali criteri si impone ancor più a seguito […] di alcuni richiami espressi dal Presidente della Repubblica nel corso della precedente Legislatura. […] Il principio della sostanziale omogeneità delle norme contenute nella legge di conversione di un decreto-legge è stato altresì richiamato nel messaggio del 29 marzo 2002, con il quale il Presidente della Repubblica […]

[…] il Presidente della Repubblica ha altresì inviato un’ulteriore lettera […] in cui ha sottolineato «la necessità di attenersi, nel valutare l’ammissibilità degli emendamenti riferiti ai decreti-legge, a criteri di stretta attinenza […]

Ma queste giustificazioni palesemente non si possono applicare all’emendamento 58.11!!

L’Istituto Nazionale di Geofisica ha accumulato un precariato storico di ormai lunghissima data: si arriva a sismologi di caratura internazionale che alle soglie del 20esimo anno di precariato vedono la scadenza del contratto a dicembre 2013.

L’assenza di dotazione organica ha impedito il consolidamento in ruolo di questi scienziati.

Molti sono già fuggiti all’estero. Gli altri, per fuggire all’estero, aspettano solo ulteriori umiliazioni come quella che si è appena consumata.

Quello che lentamente muore è il sistema della ricerca italiana; noi facciamo Ricerca da una vita, con passione e indicibili sacrifici.

Voi parlamentari avreste potuto dare un contributo a migliorare la situazione, ma l’avete pretestuosamente evitato.

L’invito che segue, quindi, l’avete meritatamente conquistato sul campo: VERGOGNATEVI.

COSA CHIEDIAMO

Riammettete l’emendamento 58.11 e votatelo. Permettete agli Enti di Ricerca che sono nelle condizioni di farlo, di adeguare la dotazione organica alle reali esigenze e funzioni previste dalla legge.

Fate qualcosa per farci cambiare idea, per farla cambiare anche a quelli più giovani di noi che ormai pensano che “chi guida l’Italia forse ha perso la patente, ma qui non si può parlare con il conducente”.

Un ringraziamento va a tutti coloro che, pur non essendo precari all’INGV, stanno sostenendo questa causa da anni, troppi anni.

Recentemente sono stato in Giappone, per lavoro, presso l’Università di Tohoku a Sendai, la zona colpita dal terremoto di Mw 9.0 e soprattutto dal collegato Tsunami dell’11 Marzo 2011.

In particolare ho lavorato per alcuni giorni nel Research Center for Prediction of Earthquakes and Volcanic Eruptions. “Prediction” nel senso che studiano, come quasi tutti i centri che si occupano di terremoti nel mondo, anche la previsione pur non essendo in grado, come nessuno è, di prevederne il verificarsi nel breve termine.

La foto che qui riporto l’ho scattata in una delle zone più colpite dall’onda di Tsunami.

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Questa foto merita un commento: quello che si vede è l’ospedale. Situato, appositamente per essere “al sicuro”, su un terrapieno alto almeno 15 metri. La gente ovviamente è scappata proprio li quando l’onda ha iniziato ad avvicinarsi, pensando di salvarsi. E in effetti molti sono sopravvissuti in questo modo … ma l’onda dello tsunami ha superato i 10-15 m previsti e ha raggiunto il secondo piano dell’edificio che per fortuna ne ha altri due. Senza quei due piani in più le cose sarebbero andate diversamente. Come nel caso dei 74 di 100 bambini di una scuola nelle vicinanze, portati via da un’onda molto più alta del ponte su cui loro e gli insegnanti pensavano di essere al sicuro.

Intorno è una completa, sebbene nipponicamente ordinata, desolazione su cui spiccano due edifici di 10-15 metri sradicati e ribaltati, accasciati su un fianco.
Tutto questo è segno che “lo stato” e “gli esperti” non hanno previsto che l’onda potesse mai superare l’altezza di 10 metri per la quale si erano e avevano preparato il territorio e le persone. E men che meno avevano previsto che il terremoto avrebbe raggiunto la magnitudo 9 superando le previsioni di 8.5.
Addirittura hanno sistemato un territorio intero (e le case qui c’erano e ora non ci sono più) per sopportare un’onda di 10m e la gente ci ha in fondo creduto.

La prima riflessione che mi è venuta in mente è questa: in Italia questi “esperti e funzionari” sarebbero stati accusati di aver rassicurato la popolazione che un terremoto di magnitudo superiore a 8.5 e un’onda di più di 10 metri non si sarebbero verificati.

Ma il Giappone non è l’Italia. Alcuni si sono un po’ incazzati, certo, perché le istituzioni non hanno protetto per questo evento (non previsto). Ma la stragrande maggioranza ha capito che non si è trattato di rassicurazione o superficialità dei ricercatori. Semplicemente non c’era modo di sapere prima la portata di un evento così straordinario e nemmeno, soprattutto, quando sarebbe avvenuto. Sanno che nessuno poteva chiedere loro di abitare altrove per un tempo indefinito visto che il territorio è sismico e soggetto a tsunami. E sanno che da ora in poi si ragionerà sulla base di quanto accaduto, cercando di dotarsi tutti gli strumenti per prevenire il prossimo disastro. Che verrà, e lo sanno. Anzi se lo aspettano per la zona a Sud di Tokyo. E sanno che dovranno avvalersi degli strumenti che i ricercatori sapranno mettere a disposizione e che fino all’11 Marzo 2011 li avevano salvati varie volte.

Vivendo il Giappone per 2 settimane e passando da Nagoya a Tokyo e poi a Sendai e viceversa, mi sono fatto un’idea che credo spieghi perché in Italia abbiamo avuto il processo dell’Aquila che ha condannato in primo grado gli imputati per omicidio colposo mentre in Giappone questo non è stato nemmeno pensato.

Li la popolazione ha fiducia nelle istituzioni, fiducia giustificata dal buon funzionamento dei servizi e anche del sistema di prevenzione, e non pensa che qualunque cosa accada di male ci sia dietro una malafede delle stesse istituzioni volta a fregare i cittadini.

In Italia invece c’è una altrettanto giustificata sfiducia nelle istituzioni, totalmente legata alla mala-politica, a causa della quale anche le conseguenze di un evento naturale (innaturale è la mancanza di prevenzione sul territorio) diventano motivo di vendetta, mal diretta, verso le istituzioni. Questa sete di vendetta ha colpito, in un modo che stride con la scienza, le persone sbagliate facendo salvi i veri colpevoli dei danni mostruosi che periodicamente e prevedibilmente colpiscono il nostro Paese.

Raffaele

Ricercatore (precario).