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E’ una leggenda urbana quella secondo cui solo i lavoratori italiani anacronisticamente ambiscono al posto a Tempo Indeterminato (in inglese “Permanent Position”). Ed è una leggenda urbana il fatto che i ricercatori in particolare, nel resto del mondo, quasi aborriscano una permanent position: ricorderete l’ex Ministro della Funzione Pubblica Renato Brunetta che ci definì “Capitani di Ventura” per giustificare il veto, tutto politico e mai normativo, sulle stabilizzazioni.

Al di là della mia esperienza diretta derivata dai tanti pluriennali contatti con ricercatori all’estero, mi ha colpito l’episodio 20 della sesta serie di The Big Bang Theory (da cui il titolo del post), una serie TV di grandissimo successo sia in America che in Italia.

I personaggi principali di questa serie, per chi non la conosce, sono quattro ricercatori del California Institute of Technology di Pasadena (più noto come Caltech) molto nerd e molto bravi, permanentemente impegnati a cercare fondi per le proprie ricerche e per i propri stipendi, oltre che a vivere le loro vite di appassionati di ricerca scientifica, fumetti, film e … serie TV.

L’episodio in questione si intitola “La turbolenza del ruolo” in inglese “The Tenure Turbulence”. “Tenure” viene da “Tenure Track“, una versione più dignitosa del nostro concorso per un posto a tempo indeterminato. Sebbene in modo caricaturale per ragioni di sit-com i quattro, pur molto dotati e con un Curriculum Vitae nutrito di esperienze e pubblicazioni, nel momento in cui il Caltech apre una chiamata per la Tenure Track si scatenano in un patetico tentativo di accattivarsi le grazie della commissione che dovrà decidere della loro collocazione nel percorso (track) verso la tenure cioè fra quelli che ambiscono al posto a tempo indeterminato.

Ambiscono, appunto. Perché quel passaggio da “Tempo Determinato” a “Tempo Indeterminato”, oggi in Italia tanto ridicolizzato spesso da chi una posizione permanente pluri-garantita già ce l’ha, porta con sé intanto il coronamento di uno sforzo di anni fatti comunque di incertezze (e in Italia di sfruttamento) e poi soprattutto rappresenta un nuovo inizio, la possibilità di costruire qualcosa che non sarà smontato il giorno dopo. Questo in Italia come in America. Ho usato l’episodio di una famosa sit-com americana come esempio indipendente perché se non altro dà la sensazione di quanto anche all’estero sia considerato normale, non retrò, cercare delle solide basi per una progettualità futura.

Alla fine ovviamente i personaggi riescono solo a mettersi in imbarazzo ma, dato che siamo in America e loro sono molto bravi, la commissione li posiziona comunque al top della graduatoria da cui saranno pescati, previa verifica finale, i nuovi tempi indeterminati.

E ora veniamo all’INGV. Dopo 16 anni di precariato e 7 di dura lotta per l’Ente in cui lavoro, per la Ricerca in generale e per il mio posto di lavoro e il diritto ad essere assunto, acquisito nel 2006 e mai rispettato,  … il 31/12/2014 il mio contratto a T.D. è stato convertito in T.I grazie all’aumento di dotazione organica di 200 unità dato all’INGV dalla Legge 128/2013, voluta dall’ex Ministro della Pubblica Istruzione e della Ricerca Maria Chiara Carrozza. Sono uno dei primi 52 neo-assunti.

Purtroppo i 200 posti, pur essendo il massimo che l’ex Ministro è riuscita ad ottenere, non coprono comunque tutto il precariato ultra-quinquennale dell’Ente. Questo per colpa di una politica sorda che non ha voluto aumentare la dotazione organica dell’Ente anni fa, quando era il momento di farlo, lasciando che la situazione del precariato INGV arrivasse a un punto di non ritorno.

Per anni ho testimoniato, insieme ai miei colleghi, a volte con rabbia, la situazione paradossale della Ricerca in Italia e della condizione dei precari degli Enti Pubblici di Ricerca e in particolare dell’INGV. Oggi finalmente mi trovo a testimoniare cosa significhi essere passato a tempo indeterminato.

Posso dire che abbiamo sempre avuto ragione quando urlavamo nelle piazze o parlavamo in TV o coi giornalisti, che avere un contratto a tempo indeterminato fa una gran differenza dentro, nel modo di progettare non solo il futuro come persone, ma anche il futuro lavorativo, le direzioni della propria ricerca, gli obiettivi. Si vive in modo diverso anche il servizio di monitoraggio h24 o la reperibilità per il pronto intervento. Alla passione che ci ha dato forza in questi anni si affianca una certa maggiore serenità.

Credo di poter dire che lo stato d’animo con cui lavoro oggi sia paragonabile, come energia, capacità di concentrazione e produttività, solo al periodo del PhD (il dottorato), quando realmente si inizia a sentirsi ricercatori. Ho sulle spalle sedici anni di precariato, ma gli ultimi 7, dal settembre 2008 anno d’inizio delle lotte per la sopravvivenza del posto di lavoro ma anche per la difesa della ricerca, sono stati particolarmente pesanti. Come dipendenti dell’INGV sono stati anche più pesanti che come ricercatori in generale. Eppure tutti abbiamo tenuto duro, portato avanti la produzione scientifica e le infrastrutture dell’Ente, nonostante anche le tante tempeste interne.

Per me questo lungo periodo era quasi culminato con la decisione di andare all’estero, cosa che alcuni colleghi hanno già fatto. L’assunzione è arrivata appena in tempo.

Quello che mi auguro adesso quindi è che il percorso dell’immissione in ruolo dei miei colleghi sia rapido e rispettoso del livello qualitativo che tutti noi abbiamo dato alla Ricerca geofisica italiana nel mondo col nostro lavoro e del servizio prestato all’INGV e quindi al Paese, avendo già dimostrato sul campo le qualità necessarie all’assunzione.

Credo che il passaggio a tempo indeterminato dei precari dell’INGV aumenterà molto le potenzialità di un Ente che già è all’avanguardia nel suo campo e di sicuro cambierà molto e in meglio il modo di lavorare e l’aria che si respira qui dentro che, come del resto in gran parte del mondo del lavoro italiano, si è fatta nel tempo davvero pesante.

Raffaele Di Stefano

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Non sappiamo se nel mondo questo sia un primato ma è un dato il fatto che ogni italiano ha visto succedersi in media un governo ogni 1.6 anni contro i 5 previsti per la durata di un singolo governo. In 65 anni infatti, considerando un solo governo quando il presidente del consiglio è rimasto lo stesso pur cambiando la maggioranza e gli altri ministri, si sono succeduti 40 governi.

I soli precari INGV (e ogni altro abitante di questo Paese) dal 2007 al 2013 hanno visto 4 governi in 7 anni per una media 1,75 anni per governo/presidente.

Adesso ci risiamo.

Non è detto che la stabilità di un governo sia di per sé una garanzia, ma di sicuro c’è che cambiare interlocutori ogni anno e mezzo non tranquillizza.

A distanza di poco più di tre mesi dalla conversione in Legge 128/2103 del decreto con cui l’ex Ministro Carrozza autorizzava l’assunzione in 5 anni di 200 unità di personale dell’INGV, noi siamo ancora in attesa del decreto congiunto MIUR – Funzione Pubblica – MEF per l’autorizzazione, sancita con la Legge 128/2013, all’ampliamento della dotazione organica dell’Ente. Poi è stato sciolto il governo e tutto si è fermato.200

Se fossimo in un Paese normale staremmo tranquilli, perché la Legge c’è ed è chiarissima nel dichiarare che l’INGV può assumere. Inoltre la Legge 125/2013 relativa a tutta la P.A. dice anche come assumere e, infine, la Legge di stabilizzazione richiamata dalla 125/2013 ricorda che ci sono circa 170 persone all’INGV che il diritto all’assunzione già lo hanno dal 2007.

Ma siamo in Italia, land of burocracy, e quindi se qualcosa si può bloccare in qualche curioso ingorgo lo fa.

Ci terremmo a sapere cosa ha bloccato un Decreto Ministeriale che sarebbe di una semplicità disarmante. Abbiamo provato a chiederlo alla Funzione Pubblica ma fino a ora ha regnato il silenzio, tanto che iniziamo a chiederci cosa sia stato chiesto dall’INGV ai Ministeri oltre all’aumento della dotazione organica.

Ma lasciamo per un momento la storia infinita dei precari INGV e passiamo a quella del Paese.

Con l’ex Ministro Carrozza avevamo iniziato a nutrire la speranza che le istituzioni potessero finalmente avviare quell’alleanza con gli EPR necessaria e tante volte chiesta perché il Paese decidesse finalmente di investire in Ricerca, Sviluppo e Prevenzione, a tutela dei cittadini, del territorio e in sostanza del futuro del Paese stesso. Se non altro perché per la prima volta un Ministro del MIUR aveva di sua spontanea volontà lanciato un appello in questo senso alle istituzioni.

Avevamo inoltre iniziato a nutrire la speranza che l’unica riforma necessaria per gli EPR, la regia di un unico ministero per tutti, la tutela dell’indipendenza degli EPR insieme a un rilancio degli investimenti in Ricerca e la sburocratizzazione degli EPR, fosse finalmente presente nell’agenda del governo o almeno del reggente del MIUR.

Noi ci auguriamo naturalmente che tutto questo possa essere l’approccio anche del nuovo Ministro, Stefania Giannini.

Per il momento però ci preoccupa che le prime dichiarazioni lascino intendere che il Ministro vede il MIUR essenzialmente come il ministero della Scuola, dato che non ha mai menzionato gli Enti Pubblici di Ricerca. Questo è un difetto di comunicazione che purtroppo abbiamo trovato in molti ministri precedenti e che poi si è risolto semplicemente nel continuare ad ignorare l’esistenza e la funzionalità di una delle più produttive e importanti risorse di questo Paese: noi.

Abbiamo più volte ricordato, e non smetteremo mai di farlo, che esiste un EPR per ogni aspetto essenziale della nostra società. Una ricchezza basata sulla conoscenza, che ha le potenzialità per regalare a questo Paese risparmi superiori a molte finanziarie e che comunque nel frattempo regala ricercatori (e quindi fondi) a altri paesi.

Un ultimo punto.

In una intervista su repubblica abbiamo letto il Ministro dichiarare che l’Italia non ha l’atteggiamento giusto per richiamare fondi europei vincendo i bandi. Se intende che l’Italia manda all’estero i suoi ricercatori e che quindi è dall’estero che vincono i bandi, ha sicuramente ragione. Se intende dire che sono le istituzioni politiche italiane che non hanno la mentalità giusta per richiamare fondi (e persone) in questo Paese, anche qui ha ragione.

Perché noi, all’INGV sicuramente, i fondi Europei li richiamiamo eccome, con molto sforzo e nonostante le pastoie burocratiche che rendono questo Paese comunque poco appetibile.

Ci auguriamo che non si torni a parlare quindi di “piani per il rientro dei cervelli”, superficiale ed inutile approccio al problema della fuga. Non sarà qualche euro di incentivo a richiamare i ricercatori che hanno scelto, con difficoltà, di andar via. L’unico modo per arginare la fuga e richiamare i “cervelli” è dimostrare che l’Italia finalmente dà un reale peso e adeguati finanziamenti alla Ricerca e allo Sviluppo, portati avanti da Enti Pubblici di Ricerca e Università che contribuiscono a tenere alto il nome dell’Italia nei settori di competenza.

Che questo messaggio giunga forte ai neo-ministri del MIUR Stefania Giannini, della Funzione Pubblica Marianna Madia, del MEF Pier Carlo Padoan e delle Infrastrutture e dei Trasporti Maurizio Lupi.

C’è un abisso fra la situazione dei precari dell’INGV alla fine del 2012 e l’attuale.

A nostro favore abbiamo la Legge 128/2013 che autorizza l’INGV ad assumere 200 precari in 5 anni, le operazioni di bilancio necessarie a coprire questa operazione, la legge 125/2013 (che riguarda tutti i precari della P.A.) che detta le regole per le assunzioni e infine l’antica quando viva Legge di Stabilizzazione 296/2006 richiamata a più riprese proprio dalla legislazione recente.

Contro abbiamo il fatto che nonostante le proroghe dei contratti potrebbero, a norma di legge, portare la data del 2018 (fatta salva la disponibilità di fondi e legislazioni alternative, tanto per rassicurare pavidi dirigenti di P.A.) si dice che le proroghe l’INGV le farà, tanto per cambiare, con scadenza annuale. Altro aspetto negativo e poco rassicurante: il provvedimento è spalmato su 5 anni e in un Paese come l’Italia, con un cambio di governo a ogni angolo, non è il massimo. Infine, i posti sono 200 e i precari poco meno di 300.

Comunque dopo 5 anni di dure battaglie per la Ricerca in Italia e per la sopravvivenza dell’Ente e del nostro posto di lavoro, abituati a capodanni travagliati e ricchi di ansie vogliamo sfruttare questa situazione relativamente ricca di speranze, almeno per molti di noi, per chiudere l’anno con degli auguri.

  • Auguriamo all’Italia di diventare presto un Paese che invece di usare 8€ su 10 per riparare i danni (quelli riparabili) dei disastri ambientali (terremoti inclusi) e solo due per prevenirli inverta il rapporto. Perché farlo è non solo possibile ma segno di una maturità civile che l’Italia ancora non ha. Sono anni che lo ripetiamo, sono anni che l’INGV si adopera per questo rimanendo inascoltato.
  • Ci auguriamo che “presto” significhi prima del prossimo terremoto forte. Che comunque ci sarà. Della prossima alluvione, che comunque ci sarà. Come disse il Professor Enzo Boschi, ex Presidente dell’INGV, in uno dei suoi molti tentativi di aprire gli occhi a politici e cittadini, “Non aspettiamo il prossimo terremoto”.
  • Ci auguriamo che i ricercatori smettano di essere i capri espiatori delle colpe di un Paese ignavo, perché in questo momento (non solo i geofisici) lo sono. Osannati per finta e bastonati davvero.
  • Ci auguriamo di non dover sentire ancora a lungo la vuota retorica sulla Ricerca in Italia, soprattuto da parte di politici che fino a oggi nei fatti la Ricerca l’hanno affossata. Quella retorica fatta di “rientro dei cervelli”. Potenziare davvero la Ricerca e quindi attrarre ricercatori non è difficile.
  • Ci auguriamo quindi di vedere e poter discutere e migliorare un piano decennale di investimenti in Ricerca, quindi in Sviluppo, e magari vederlo affiancato a un piano decennale per lo sviluppo industriale ed energetico.
  • Ci auguriamo di vedere realizzata quella riforma degli Enti Pubblici di Ricerca che la Rete Ricerca Pubblica e alcuni (ma non tutti) i sindacati sostengono da tempo: autonomia, potenziamento, regia unica, dirigenze a gettone. Speravamo che l’attuale Ministro potesse iniziare subito il percorso di una simile riforma e ancora lo speriamo. Nel caso speriamo di essere ascoltati anche dal prossimo ministro, che di idee ne abbiamo.
  • Ci auguriamo che sia i politici che i cittadini smettano di parlare a sproposito di merito, sull’onda di un insano qualunquismo. Che si prendano il tempo di guardare all’estero, in Paesi in cui persone competenti e meritorie occupano i posti che gli competono dando un forte impulso sia al pubblico che al privato. Paesi in cui curiosamente non esiste alcun concorso nazionale ma ‘solo’ una fortissima assunzione di responsabilità da parte di tutti e soprattutto della classe dirigente.
  • Ci auguriamo di riuscire ad aprire un serio discorso sui metodi di selezione nella P.A. e sul Concorso Nazionale, perché la maggior parte delle persone, soprattutto parlamentari ed esponenti di partito, citano l’Art. 97 della costituzione a sproposito. Speriamo che si riesca finalmente a spostare l’attenzione da quella inutile parola che è “merito” ai più sensati concetti di “risultati” e “qualità”. Almeno parliamone.

Infine: quest’anno molti nostri colleghi sono emigrati all’estero. Nella maggior parte dei casi non sarà la promessa di un’assunzione nel prossimo quinquennio a convincerli a tornare, perché la situazione attuale del Paese non è il massimo e nemmeno la credibilità e stabilità delle sue istituzioni, condizioni per credere a una promessa e caricarla sul futuro dei figli, lo sono.

Chiedendo in giro a tanti che sono andati via da anni (capita di incontrarli spesso nei convegni scientifici) abbiamo capito che “non c’è nessuno che sia all’estero che non vorrebbe tornare”. Ma poi non lo fa.

Ecco, ci auguriamo che questo “ma poi non lo fa” inverta al più presto il segno.

Noi torniamo ai turni in sala sismica e allo studio delle sequenze in atto, le più recenti delle quali sono Gubbio e Caserta.

Il 12 Settembre è stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale il Decreto Legge 104Misure urgenti in materia di istruzione, università e ricerca“. Questo decreto è finalmente un passo positivo avanti per il comparto gestito dal MIUR, dopo anni di inutili e dannosi stenti imposti dai precedenti governi. Il DL contiene un provvedimento, Art. 24, che riconosce la situazione annosa dei precari INGV e vi dà soluzione, sebbene spalmata su tempi preoccupantemente lunghi.

Il 31 Agosto era stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale il Decreto Legge 101Disposizioni urgenti per il perseguimento di obiettivi di razionalizzazione nelle pubbliche amministrazioni” che, all’Art. 4, reca disposizioni per una parziale soluzione del problema precariato: una tornata concorsuale limitata alle risorse del Turn-Over (pensionamenti) 2013-2015 per selezionare, fra i precari, quelli da tenere a tempo indeterminato, chiudendo le porte ovviamente a tutti gli altri (inibisce, d’ora in avanti, il proliferare di contratti a tempo determinato e la possibilità di prorogare gli altri). Una soluzione parziale, quindi, ma che dà una possibilità a parte dei precari di vedere finire questo ingiusto e dannoso stillicidio.

I Decreti Legge emanati dal Governo sono immediatamente operativi, visto il carattere di urgenza con cui lo strumento è stato pensato, ma la Costituzione democratica vuole che un provvedimento unilaterale del Governo sia comunque elaborato dalle Camere e convertito in legge entro DUE mesi, pena la decadenza.

Molti penseranno che finalmente il più sia fatto e che, come spesso in passato, il DL sarà sicuramente convertito in legge, come accadde per la famigerata Legge 133/2008 (già DL 112/2008) del Governo Berlusconi/Tremonti/Brunetta che ha sconquassato la Pubblica Amministrazione in generale e la scuola e la ricerca in particolare propagando i danni fino a oggi.

E invece in questo caso no.

I diversamente onorevoli Lanzillotta e Ichino (Scelta Civica) della Commissione Lavoro del Senato, non stanchi di sparare sui lavoratori più deboli senza però mai dare una sistemata a quei dirigenti incapaci figli dello spoil system, hanno definito l’operazione precari del DL 101 “una sanatoria”.

Delle due l’una: o non hanno letto il provvedimento e quindi non sanno che si parla di concorsi (riservati ai precari in servizio, solo per la metà), per giunta sulle esigue risorse assunzionali 2013-2015, oppure non lo hanno capito, suscitando dubbi sulla bontà con cui vengono spesi i soldi pubblici per i loro stipendi da parlamentari. Se la prendono anche con le proroghe fino al 2015 per chi ha diritto a partecipare al concorso, proroga che permette semplicemente di farlo, quel concorso, senza ingrossare le file della disoccupazione. Forse dimenticano che proprio il Governo Monti ha dovuto fare una proroga, per giunta generalizzata, per i precari della Pubblica Amministrazione, per scongiurarne il collasso.

Eh già! A reggere in piedi quel poco che resta di degno delle nostre istituzioni c’è proprio un esercito di precari.

Non contento dell’operato dei colleghi di cui sopra, il parlamentare Giancarlo Galan (PDL, presidente della Commissione Cultura, Scienza e Istruzione della Camera), spalleggiato dall’irriducibile Brunetta, ha sparato a zero sull’intero DL 104 presentato dal Ministro Maria Chiara Carrozza.

Ridicola è la motivazione: non si può, per Costituzione, abusare dello strumento del Decreto Legislativo.

Se non state ridendo è perché non ricordate di chi si parla: esponenti del governo record in quanto a DECRETI LEGGE e Fiducia. Un assurdo in termini, una ridicola follia.

E poi ci permettiamo di dire che dopo 5 anni di distruzione di massa del comparto Istruzione e Ricerca, e in particolare con una situazione dell’INGV critica quanto paradossale che ci vede di nuovo prossimi alle scadenze in 100 giorni, i provvedimenti del DL 104 SONO URGENTI.

Ricordiamo poi che ci sarà il passaggio parlamentare per la conversione dove le commissioni potranno agilmente  esperiamo decentemente emendare.

Allora ci chiediamo il perché di questo ennesimo attacco ai precari, all’Istruzione e alla Ricerca. Perché tutta questa squallida e pretestuosa ideologia ancora una volta?

Ci sorge il dubbio che questa sia una manovra per dilazionare nel tempo le attività parlamentari e rallentarle, con l’obiettivo di tenere sotto scacco il Governo, con una guerra fra bande consumata in Parlamento, ma a spese di persone come noi e come i precari della Pubblica Amministrazione (e i tanti lavoratori del privato e del pubblico) che questo Paese lo tengono in piedi dandogli dignità.

Le vuote critiche di cui sopra e le minacce di una crisi di Governo, proprio in questo momento, gettano nuove ombre sul nostro futuro.

Cominciamo a pensare che davvero all’INGV e all’intero Paese più che un Governo serva un bravo esorcista!

Padre Amorth si tenga pronto.

Ieri durante la conferenza stampa del Governo Letta, a valle del Consiglio dei Ministri n° 21 (26/08/2013), il Ministro del MIUR Maria Chiara Carrozza ha presentato due provvedimenti di legge per gli Enti Pubblici di Ricerca.

Uno più generale contenuto nel Decreto Legge (DL) per semplificare, nell’ambito dell’autonomia degli Enti, l’immissione in ruolo dei ricercatori e l’altro, nel Disegno Di Legge (DDL), per la progressiva immissione in ruolo dei precari dell’INGV “[…] che svolgono un ruolo molto importante sia nell’ambito della Ricerca che nell’ambito del monitoraggio dei Terremoti”. [Video 24′ 30”]

Noi.

Dopo le tante battaglie che abbiamo portato avanti per la Ricerca in generale e per la nostra condizione lavorativa in particolare, stentiamo a credere che il Ministro del nostro Ministero vigilante ci abbia ascoltati e abbia capito la situazione paradossale in cui versa l’INGV a fronte del lavoro svolto da tutti noi con impegno, dedizione e profitto. Negli ultimi 5 anni non era mai successo. Si sa che in Italia la normalità è eccezionale e per la sua capacità di ascolto e volontà di soluzione dei problemi del suo/nostro settore crediamo che Maria Chiara Carrozza meriti un ringraziamento.

Se poi guardiamo oltre l’INGV, al comparto, il succo del DL e del DDL è che finalmente un Ministro della Ricerca e della Scuola ha sostenuto che

  1. si punta su chi la ricerca la pensa e la fa! Sulle persone;
  2. l’autonomia degli Enti Pubblici di Ricerca è un argomento chiave;

Anche questa è una novità assoluta che va nel senso del programma proposto da Rete Ricerca Pubblica alcuni mesi fa e delle indicazioni di riforma del settore sostenute in particolare da FLC-CGIL e UIL-RUA.

Forse ci voleva non solo un Ministro del settore (la Gelmini non lo era ma Profumo lo era eccome) ma anche una persona che volesse capire le condizioni, anche quelle paradossali, del settore di sua competenza e risolvere i problemi.

E’ un ottimo inizio Ministro Carrozza. Potrebbe essere la persona giusta, finalmente, per creare la cabina unica di regia di TUTTI gli EPR sotto la vigilanza del MIUR che darebbe un impulso non indifferente al Paese. Ma questo è un altro discorso.

Torniamo a noi. Anni di delusioni e mazzate varie ci hanno reso più pragmatici di quanto non fossimo già come ricercatori.

Conosciamo fin troppo bene i processi parlamentari e conosciamo la differenza fra un DL e un DDL.

Un Decreto Legge è immediatamente operativo. Decade solo se non è convertito in Legge entro due mesi dalla pubblicazione in Gazzetta.

Un Disegno Di Legge invece, per quanto ne sappiamo, deve seguire l’iter parlamentare che lo trasformerà in Legge e solo allora diventa esecutivo.

Sappiamo che questo provvedimento (l’intero DDL) è fondamentale per consentire alla Pubblica Amministrazione di funzionare e che è stato sostenuto dall’intero Governo. Sappiamo anche che se pure il Governo cadesse, il Presidente della Repubblica difficilmente scioglierebbe le Camere prima della finanziaria di fine anno e quindi il Parlamento continuerebbe a funzionare.

E’ già successo però in passato che un DDL si arenasse per sempre al Parlamento. Quindi, augurandoci che questo DDL diventi Legge al più presto, volontariamente aspetteremo a tirare un sospiro di sollievo.

Vigileremo sul suo percorso parlamentare e sull’applicazione della norma che riguarda l’INGV.

Se tutto andrà davvero per il verso giusto, pur continuando a portare avanti il nostro lavoro di ricerca e monitoraggio con la stessa passione e impegno di sempre, avremo una maggiore capacità di contribuire alla crescita del settore della Ricerca in un Paese che ha una grande necessità di acquisire una seria cultura della prevenzione e della tutela del territorio per poter sfruttare al meglio tutte le potenzialità dei risultati del nostro lavoro.

Ci risiamo.

Di nuovo l’Italia delle emergenze in cui non viene concesso un giorno in più per lavorare sulle cose importanti, ma si possono mortificare anni di sviluppo e dignità dei lavoratori, per poi godersi meritate vacanze.

Il Decreto del Fare, nella sua discussione nelle commissioni alla Camera, ha visto approvati ed inclusi emendamenti che si fatica a capire che attinenza abbiano con il testo di legge; al tempo stesso ha visto rigettare l’emendamento 58.11 di cui abbiamo parlato (qui), non solo inerente l’articolo 58, ma a dir poco sacrosanto.

Adesso sentiamo dire che non si può tornare all’esame in commissione per riconsiderare alcuni emendamenti, fra cui avremmo sperato anche il 58.11, perché non c’è tempo.

C’è la fiducia.

Forse dovremmo impiegare parte del nostro tempo a leggere uno per uno gli emendamenti approvati nelle commissioni e chi li ha firmati, per capire nel dettaglio quali interessi di chi sono stati difesi nel nome del Popolo Italiano.

Ma siamo certi che se noi facessimo questo lavoro (e lo faremmo bene ed in fretta) nessun altro potrebbe sostituirsi a noi nella gestione di crisi sismiche, quando oltre a dover localizzare per la Protezione Civile in due minuti un terremoto, mentre i sismografi ancora ballano, bisogna anche rispondere alle telefonate di cittadini spaventati che nel cuore della notte chiedono angosciati cosa fare. E rispondere non è facile, perché in questo Paese manca la cultura della prevenzione e la percezione delle spiegazioni scientifiche di fenomeni naturali finisce per essere distorta fino a costare 6 anni di carcere.
Ciononostante queste situazioni sono gestite e bene e con responsabilità.

Quindi, noi leggiamo gli emendamenti, voi gestite la sala sismica al posto dei sismologi?
Proviamo.

La verità è che la fiducia che un governo mette sulle leggi è inversamente proporzionale a quella che i cittadini hanno verso il governo stesso.

Noi siamo in difficoltà, voi state peggio.

Chiunque abbia visto Rocky I sapeva fin dall’inizio che il migliore sarebbe stato lui ma forse Punchnon si aspettava di vederlo prendere tutte quelle mazzate.

Noi, pur non pretendendo di essere i migliori, sapevamo di essere bravini e soprattutto di fare al meglio e col massimo impegno il nostro lavoro. Avevamo anche la sensazione, cosa non secondaria, di lavorare in un bell’Istituto e di portare un certo lustro al Paese (lo abbiamo scritto molte volte su queste pagine) tramite le tante collaborazioni internazionali e progetti di ricerca.

Nel frattempo di pugni in faccia ne abbiamo presi tanti, tantissimi e chi segue questo blog lo sa bene. L’ultimo pochi giorni fa.

Oggi dopo l’ultima mazzata e a 5 mesi dal giorno in cui 250 degli oltre 300 precari dell’INGV dopo anni di onorata carriera scadono … di nuovo, è arrivata una buona notizia e una conferma che il nostro impegno porta i suoi frutti.

Secondo le valutazioni espresse dall’ANVUR

L’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) e Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (INFN) si affermano ai primi posti nella classifica di valutazione della ricerca italiana. […] 

Fra i grandi enti pubblici di ricerca il più innovativo in rapporto alle sue dimensioni risulta, nella valutazione dell’ANVUR, l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) […]

E’ vero che questa è una valutazione nazionale, il che non diminuisce l’importanza del risultato, ma è pur vero che nel caso dell’INGV è assolutamente confermata da una internazionale, quella del prestigioso Science Watch, che ci vede dal 2008 al 2010 come terzo Ente per produttività al MONDO nel nostro campo.

Questo è un messaggio diretto a chi in questo momento, con le sue decisioni politiche, può far si che le persone che hanno contribuito in modo determinante a questi risultati possano restare come patrimonio permanente di questo Paese oppure andarsene.

Il prossimo pugno in faccia potrebbe essere l’ultimo.