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C’è un abisso fra la situazione dei precari dell’INGV alla fine del 2012 e l’attuale.

A nostro favore abbiamo la Legge 128/2013 che autorizza l’INGV ad assumere 200 precari in 5 anni, le operazioni di bilancio necessarie a coprire questa operazione, la legge 125/2013 (che riguarda tutti i precari della P.A.) che detta le regole per le assunzioni e infine l’antica quando viva Legge di Stabilizzazione 296/2006 richiamata a più riprese proprio dalla legislazione recente.

Contro abbiamo il fatto che nonostante le proroghe dei contratti potrebbero, a norma di legge, portare la data del 2018 (fatta salva la disponibilità di fondi e legislazioni alternative, tanto per rassicurare pavidi dirigenti di P.A.) si dice che le proroghe l’INGV le farà, tanto per cambiare, con scadenza annuale. Altro aspetto negativo e poco rassicurante: il provvedimento è spalmato su 5 anni e in un Paese come l’Italia, con un cambio di governo a ogni angolo, non è il massimo. Infine, i posti sono 200 e i precari poco meno di 300.

Comunque dopo 5 anni di dure battaglie per la Ricerca in Italia e per la sopravvivenza dell’Ente e del nostro posto di lavoro, abituati a capodanni travagliati e ricchi di ansie vogliamo sfruttare questa situazione relativamente ricca di speranze, almeno per molti di noi, per chiudere l’anno con degli auguri.

  • Auguriamo all’Italia di diventare presto un Paese che invece di usare 8€ su 10 per riparare i danni (quelli riparabili) dei disastri ambientali (terremoti inclusi) e solo due per prevenirli inverta il rapporto. Perché farlo è non solo possibile ma segno di una maturità civile che l’Italia ancora non ha. Sono anni che lo ripetiamo, sono anni che l’INGV si adopera per questo rimanendo inascoltato.
  • Ci auguriamo che “presto” significhi prima del prossimo terremoto forte. Che comunque ci sarà. Della prossima alluvione, che comunque ci sarà. Come disse il Professor Enzo Boschi, ex Presidente dell’INGV, in uno dei suoi molti tentativi di aprire gli occhi a politici e cittadini, “Non aspettiamo il prossimo terremoto”.
  • Ci auguriamo che i ricercatori smettano di essere i capri espiatori delle colpe di un Paese ignavo, perché in questo momento (non solo i geofisici) lo sono. Osannati per finta e bastonati davvero.
  • Ci auguriamo di non dover sentire ancora a lungo la vuota retorica sulla Ricerca in Italia, soprattuto da parte di politici che fino a oggi nei fatti la Ricerca l’hanno affossata. Quella retorica fatta di “rientro dei cervelli”. Potenziare davvero la Ricerca e quindi attrarre ricercatori non è difficile.
  • Ci auguriamo quindi di vedere e poter discutere e migliorare un piano decennale di investimenti in Ricerca, quindi in Sviluppo, e magari vederlo affiancato a un piano decennale per lo sviluppo industriale ed energetico.
  • Ci auguriamo di vedere realizzata quella riforma degli Enti Pubblici di Ricerca che la Rete Ricerca Pubblica e alcuni (ma non tutti) i sindacati sostengono da tempo: autonomia, potenziamento, regia unica, dirigenze a gettone. Speravamo che l’attuale Ministro potesse iniziare subito il percorso di una simile riforma e ancora lo speriamo. Nel caso speriamo di essere ascoltati anche dal prossimo ministro, che di idee ne abbiamo.
  • Ci auguriamo che sia i politici che i cittadini smettano di parlare a sproposito di merito, sull’onda di un insano qualunquismo. Che si prendano il tempo di guardare all’estero, in Paesi in cui persone competenti e meritorie occupano i posti che gli competono dando un forte impulso sia al pubblico che al privato. Paesi in cui curiosamente non esiste alcun concorso nazionale ma ‘solo’ una fortissima assunzione di responsabilità da parte di tutti e soprattutto della classe dirigente.
  • Ci auguriamo di riuscire ad aprire un serio discorso sui metodi di selezione nella P.A. e sul Concorso Nazionale, perché la maggior parte delle persone, soprattutto parlamentari ed esponenti di partito, citano l’Art. 97 della costituzione a sproposito. Speriamo che si riesca finalmente a spostare l’attenzione da quella inutile parola che è “merito” ai più sensati concetti di “risultati” e “qualità”. Almeno parliamone.

Infine: quest’anno molti nostri colleghi sono emigrati all’estero. Nella maggior parte dei casi non sarà la promessa di un’assunzione nel prossimo quinquennio a convincerli a tornare, perché la situazione attuale del Paese non è il massimo e nemmeno la credibilità e stabilità delle sue istituzioni, condizioni per credere a una promessa e caricarla sul futuro dei figli, lo sono.

Chiedendo in giro a tanti che sono andati via da anni (capita di incontrarli spesso nei convegni scientifici) abbiamo capito che “non c’è nessuno che sia all’estero che non vorrebbe tornare”. Ma poi non lo fa.

Ecco, ci auguriamo che questo “ma poi non lo fa” inverta al più presto il segno.

Noi torniamo ai turni in sala sismica e allo studio delle sequenze in atto, le più recenti delle quali sono Gubbio e Caserta.

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Dal canale Youtube “Io Giornalista” di A. Marolda, un’intervista ai precari dell’INGV che affronta numerosi aspetti dello specifico problema dell’INGV anche nel contesto del trattamento che il nostro paese riserva alla Ricerca .

 

Roma, 21 ott – Pianificare come investire un miliardo e 655 milioni piu’ un ulteriore 7% di risorse che saranno assegnati agli enti pubblici di ricerca. Questo l’obiettivo dell’incontro che il ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, Mariastella Gelmini, ha avuto oggi, a Palazzo Chigi, con il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Gianni Letta, e i neopresidenti di 12 enti di ricerca […].

Questo il contenuto di una Agenzia [vedi qui] uscita alcuni giorni fa.

Ieri sera a Ballarò il Ministro Gelmini, fra le molte cose che ha detto a supporto dell’operato del Governo, ha buttato li una frasetta che ai più sarà sfuggita e il cui sunto è “abbiamo messo nuovi fondi in Università e Ricerca“.

Né l’Agenzia è mai diventata una notizia né la frasetta è stata troppo enfatizzata dalla ministra.

Forse perché è una indifendibile balla.

NON E’ VERO!! È propaganda elettorale. NON CI HANNO MESSO UN EURO IN PIÙ IN SVILUPPO E SICURAMENTE NON IN RICERCA. A dire il vero il direttore del Miur, Agostini (vedi l’agenzia) fra le righe l’ha detta la verità [Per quanto riguarda i fondi, si tratta ”della ripartizione del Fondo ordinario di finanziamento degli enti pubblici di ricerca per l’anno 2011].

Agostini non ha però, volontariamente presumiamo, spiegato le sue stesse parole, che ai più risultano quindi  incomprensibili.

Le cose stanno così:

1) per finanziare il PNR (Piano Nazionale della Ricerca) con apposito decreto nel 2010, hanno stabilito di tagliare il 7% dei fondi ordinari degli Enti Pubblici di Ricerca e di sommarvi una quota presa dal Fondo FAR (Fondo per le Agevolazioni alla Ricerca, creato nel lontano 1999 dal governo precedente a quello “Berlusconi 2001”)

2) hanno deciso di tagliare un ulteriore 8% dei fondi ordinari degli Enti Pubblici di Ricerca

Il 7% e l’8% insieme fanno un bel 15% di tagli ai fondi ordinari degli Enti (cioè quelli relativamente stabili su base annuale che ne garantiscono il funzionamento).

Questi soldi, che quindi NON SONO NUOVI FINANZIAMENTI, poi ce li ridanno, sempre seguendo il PNR, sotto forma di discutibilissimi “Progetti Bandiera” e “Progetti Premiali”.

Ovviamente i suddetti progetti non vedranno gli Enti riprendersi esattamente quanto è stato loro tolto singolarmente, ma porteranno una ridistribuzione basata sul peso che ogni Ente avrà nei progetti stessi … e questo ovviamente a seconda dei progetti che saranno approvati farà si che alcuni Enti vedranno sfumare parte dei soldi che l’anno prima ne garantivano il funzionamento a regime.

In sostanza: non esiste nessun nuovo investimento in ricerca ma solo una differente distribuzione degli stessi soldi di prima.

E’ con queste risorse” – ha concluso Gelmini – ”che si apre il secondo tempo della legislatura: dopo il piano di risanamento stiamo entrando nella fase di sviluppo e investimento.

Quello di annunciare “nuovi investimenti in Ricerca” che ci farebbero entrare “nella fase di sviluppo” è un bieco tentativo del ministro di vendere fumo per coprire tutto quello che non è stato colpevolmente fatto per lo sviluppo negli ultimi tre anni, quando c’era ancora margine per operare.

Che ci crediate o no, le speranze di avere nuova occupazione e una crescita dell’economia non dipendono dall’imprenditoria ma dalla ricerca.

Perché anche l’imprenditoria per essere competitiva deve puntare sulla ricerca e sulla innovazione e non sulla riduzione del salario … che dopo aver raggiunto i livelli minimi porta direttamente ulteriore recessione economica … in cui infatti siamo caduti in pieno.

Recentemente su Repubblica è stato pubblicato un articolo che presenta il risultato di uno studio sulla ricerca, o meglio sulla comparazione fra investimenti e produttività della ricerca fra i principali paesi europei, inclusa l’Italia.

Negli ultimi 3 anni vi abbiamo aggiornato spesso sulla condizione pessima in cui versa il settore Ricerca e Sviluppo nel nostro Paese e vi abbiamo ricordato più volte come questo sia la cartina tornasole di quanto un Paese investe sul proprio futuro e sulla possibilità di uscire da una crisi economica rafforzato e non devastato. Forse non ci avete creduto, ma i tempi sembrano cambiare (d’altronde stiamo toccando il fondo da un po’) e quindi noi, pieni di speranza, vi aggiorniamo per punti dopo aver letto la versione “in stampa” del lavoro di cui sopra.

• La produttività della ricerca in Italia cresce fra il 1980 e il 2007 con una velocità superiore a quella di altre nazioni Europee, esclusa la Spagna.
• Dopo il 2007 c’è un crollo
• L’Italia è rimasta indietro sul piano delle collaborazioni scientifiche. Era seconda negli anni ’80 ed è penultima dal 2003. Sta perdendo la connessione con il fronte della ricerca mondiale (NB: vi ricordiamo che Tremonti ha recentemente sciolto Enti Pubblici di Ricerca che vantavano decine e decine di collaborazioni internazionali peraltro foriere di soldi … per dire quanto capisce di economia
• Il numero di ricercatori nella ricerca pubblica e nell’alta formazione è drammaticamente basso (n.d.r.: parole esatte degli autori dell’articolo): dagli anni ’90 in poi è il più basso d’Europa. La Spagna ha avuto una crescita esponenziale e recentemente ha doppiato l’Italia (1.75 contro 0.75 ricercatori in termini di tempo pieno equivalente ogni 1000 abitanti)
• Lo stesso drammatico scenario esiste per il personale totale e le spese totali in Ricerca e Sviluppo: l’Italia spende meno di qualunque altra nazione europea ad eccezione della Spagna che però ha un incremento annuo di investimenti molto maggiore e che per questo ormai ci ha superati. Gli investimenti totali sono MINORI dell’1% del PIL. Gli investimenti pubblici stagnano a un misero 0.4% (n.d.r.: eravamo rimasti allo 0.7 del 2005). Quelli privati a un misero 0.6%. La crescita annuale è prossima allo ZERO e gli investimenti privati restano tanto bassi da non compensare.
• Nonostante il livello di fondi sia drammaticamente basso, nelle ultime decine di anni la scienza italiana è riuscita ad accrescere le sue performance e a conservarle a livelli molto alti … l’Italia è infatti la più produttiva in termini di numero di pubblicazioni per ricercatore (n.d.r.: lavoriamo molto) … ma ora, aggiungiamo noi, il sistema della ricerca non ce la fa più! Troppe batoste in troppo poco tempo.

Infine, gli autori dell’articolo sottolineano come nonostante l’elevato numero di pubblicazioni, l’impatto di queste pubblicazioni sul mondo scientifico internazionale non sia fra i più alti. Loro lo attribuiscono alla eterogeneità dei ricercatori e all’incapacità del sistema di attuare una selezione realmente meritocratica.
Forse. Sulla questione della meritocrazia torniamo in un prossimo post, perché gli ultimi 3 anni di idiozie brunettiane e di italico qualunquismo hanno confuso parecchio le idee.
Ma intanto ci preme sottolineare come negli ultimi anni abbiamo visto molti di noi andarsene all’estero, dove fanno pubblicazioni molto citate peraltro, e dove non serve un concorso per assumere persone valide.
E ci preme anche sottolinenare come abbiamo visto ridurre i fondi, tagliare Enti Pubblici di Ricerca … e quindi ridurre le collaborazioni con l’estero.
Non solo, ma spesso l’impatto di una pubblicazione è deciso proprio dalla floridità del settore nel paese di origine. Se gli USA investono molto e pubblicano molto i ricercatori degli USA citano molto altri ricercatori degli USA. Altrimenti sono costretti a citare altri ricercatori di altri Paesi …
Conclusione: l’articolo dimostra come negli ultimi anni si è fatto cassa distruggendo piano-piano l’impalcatura su cui fonda la ricerca, smantellando istituti di ricerca e rendendo sempre più difficile il raggiungimento di traguardi importanti.

Se volete sapere in che modo si può fare cassa senza distruggere quel che resta di buono in questo Paese, investendo in Ricerca e Sviluppo e quindi nel vostro futuro anche lavorativo, chiedete a noi, che di idee ne abbiamo a tonnellate: esiste un campo della ricerca per ogni campo della vita economica e sociale di questo Paese.

Fonti:
Articolo di Repubblica.it
Articolo Scientifico: Daraio, C., Moed, H.F., Is Italian science declining? Res. Policy (2011), doi:10.1016/j.respol.2011.06.013 [solo gli abbonati possono scaricarlo ed essendo coperto da Copyright non possiamo mettere on line il PDF]


In 3 anni di “riforme” del mondo della conoscenza, dalla scuola all’Università fino agli Enti Pubblici di Ricerca, siamo stati abituati alla presentazione, da parte del Governo attuale, di questi provvedimenti come di qualcosa di epocale che elimina gli sprechi, caccia i lestofanti e rimette le cose in ordine lanciando l’Italia verso modelli di riferimento esteri brillantissimi … a costo ZERO. Fantastico.

Di proposito però si dimenticano di dire che in quei Paesi presi fintamente a modello, ci sono due cose che nessuna di queste “riforme” cita nemmeno di striscio: il doppio (quando va male) dei finanziamenti (in % rispetto al PIL) sia pubblici che privati e l’assunzione di responsabilità da parte dei livelli dirigenziali.

Sebbene il mondo universitario, della ricerca e della scuola, sentano l’esigenza di cambiare in meglio il modo in cui funzionano i rispettivi ambiti, logicamente si scatena una reazione nel momento in cui, il governo preferisce imporre le riforme, sostituendo al dialogo coi diretti interessati, operazioni di pura propaganda.

Scuola, Università e Ricerca infatti non hanno bisogno di e non vogliono l’ennesima inutile riforma, con cui qualche ministrucolo e il suo governo cercano di passare alla storia o semplicemente di dispensare favori a questa o quella lobby. I veri riformatori necessitano di e chiedono solo quattro cose:

1) il raddoppio dei fondi (almeno al livello medio OCSE!) sia pubblici che privati

2) un sano controllo della produttività (adattando il concetto di produttività ai diversi ambiti della conoscenza)

3) assunzione di responsabilità dei livelli dirigenziali

4) una prospettiva di carriera non solo meritocratica ma anche NON schizofrenica (com’è ora), in cui il precariato non sia endemico

Il resto è noia e lobbying.

E qui arriviamo a Confindustria. Per 2 anni e mezzo la Confindustria ha amoreggiato col governo attuale, forse perché lo ha visto ben orientato all’aumento dei profitti delle industrie basato non sull’innovazione e il rilancio ma sulla riduzione di diritti e salari. Ora che appare moribondo e dopo aver capito (?) che per 2 anni e mezzo, di investimenti per il rilancio dell’economia in fase di crisi non se ne è parlato nemmeno di striscio, la Marcegaglia sta scaricando il governo morente … ma preme, insolitamente, perché il moribondo approvi in extremis una riforma contestatissima e assolutamente non discussa con i diretti interessati (piuttosto ben disposti) come avrebbe dovuto.

Perché?

Una possibile e probabile risposta è che la riforma, dietro un velo di meritocrazia assolutamente non reale (in Italia non si eliminerà mai il nepotismo per legge ma solo con seri controlli di produttività), regala per l’ennesima volta, e gratis, tonnellate di risorse pubbliche ai privati e, nella fattispecie della Confindustria, ai grandi gruppi industriali.

All’estero (media e top OCSE) i privati investono più del pubblico in ricerca e sviluppo e non lo fanno sempre con una diretta ricaduta ma perché sanno che indirettamente ci guadagneranno comunque dall’accelerazione dello sviluppo del Paese, dalla disponibilità di una seria classe di ricercatori e da una certa quantità di brevetti pubblici (quindi gratuiti) a partire dai quali potranno fare i loro remunerativi  brevetti privati. Poi ovviamente c’è il finanziamento diretto a linee di ricerca proprietarie … ma questo è ovvio, ben accetto e naturale.

In Italia il privato investe meno del pubblico. E il pubblico investe meno degli altri paesi OCSE.

Entrare nei CDA delle Università, per le imprese italiane, vuol dire poter usufruire delle risorse pubbliche e orientarle a piacimento senza rischiare di tasca propria. E’ ovvio che una Confindustria pavida e poco lungimirante come si è dimostrata la nostra, non chieda altro che continuare a NON FARE il proprio dovere avendo persino in regalo (indirettamente) un enorme patrimonio pubblico. Siamo alle solite.

D’altronde la nostra Confindustria è baronale e nepotista. Che ci possiamo aspettare?

Se la riforma fosse stata discussa PRIMA con le parti interessate, con le reti di ricercatori, con i docenti, con gli studenti, avremmo probabilmente avuto un’Università migliore, un’industria spinta ad assumersi le sue responsabilità e un Paese migliore … senza conflitto per le strade.

Il governo ha scelto altrimenti ma soprattutto una classe imprenditoriale fatiscente, pavida e assistenzialista ha deciso ancor una volta altrimenti.

Per questo, solidarietà alla rete di protesta nella speranza che il DDL non passi al Senato.

Raffaele, Ricercatore precario