Una scossa di terremoto dietro l’altra in Abruzzo. E dietro la sequenza sismica e ci solo sempre loro: i precari dell’Istituto nazionale di Geofisica e Vulcanologia (Ingv). Studiano il sisma senza essere assunti: 300 persone, tra ricercatori e tecnici, che hanno maturato una formazione scientifica di altissimo profilo e sono parte integrante dell’attività di sorveglianza. Monitorano ogni giorno i terremoti e sorvegliano l’attività di sette vulcani italiani. Eppure rischiano di essere lasciati per strada. I loro contratti sono a termine, scadono tutti entro dicembre 2009.
Un serio problema, legato al sottodimensionamento della pianta organica dell’ente che non consente nè di indire nuovi concorsi nè di completare il processo di stabilizzazione, anche se l’ente di ricerca avrebbe le risorse per far fronte a nuove assunzioni. Un caso anomalo quello dell’Ingv: i numeri della pianta organica sono fermi al 2000, nonostante il potenziamento sul territorio della rete di monitoraggio, il raddoppio dei turni in sala sismica, la manutenzione e l’aggiornamento dei dati.
Dopo un anno di mobilitazione dei precari (geologici, sismologi e tecnici), sono stati approvati alla Camera e al Senato tre ordini del giorno che impegnano il governo ad adottare un intervento legislativo per sbloccare la situazione. Un pressing politico bipartisan, ma a tutt’oggi nessun atto concreto è stato adottato.
Per i lavoratori precari dell’Ingv si prospetta un futuro sempre più buio. Così nei giorni scorsi hanno scritto una lettera aperta ai ministri da cui in qualche modo dipendono: Renato Brunetta, Pubblica amministrazione, e Mariastella Gelmini, Università e Ricerca. Nella missiva lamentano il clima di incertezza «che si ripercuote non solo sulla propria serenità ma soprattutto sullo svolgimento dei servizi»: turni di sorveglianza sismica e vulcanologia, l’istallazione, la manutenzione e l’aggiornamento delle reti di monitoraggio sismiche, geodetica e geochimica. «Qualcuno di noi precari – concludono i lavoratori – è già andato via per scelta personale. Molti potrebbero essere costretti a farlo per condizione necessaria. A quel punto sarebbe difficile spiegare, a chi vive in aree sismiche (il 70% del territorio italiano, ndr) o in prossimità di uno dei 7 vulcani attivi, perché queste competenze e questi servizi sono stati abbandonati».



